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Il valore delle leccete

Abbiamo già sottolineato che il bosco di leccio rappresenta il climax per antonomasia lungo le coste italiane, a partire dal livello del mare, nell’Italia settentrionale e centrale, e poco sopra una fascia di macchia mediterranea sempre più espansa man mano che si scende a sud, nel resto dell’Italia. Sui versanti esposti a solatìo la lecceta si rinverrebbe fino ad un’altezza di 500-600 metri (fino a 1100 metri nell’Imperiese, in cui si assiste ad un’eccezionale risalita in quota delle entità mediterranee; discorsi analoghi per la Sicilia e le coste ioniche).

Bassa frugalità. Ad una superficie potenziale molto vasta, si contrappone un’estensione reale modestissima: di fatto il bosco di leccio, salvo eccezioni, occupa aree neglette dall’uomo, acclivi e spesso rupestri: l’antropizzazione lo ha diradato dalla fascia costiera e dall’immediato entroterra.
Altro problema: le plàntule di leccio sono tutt’altro che frugali e difficilmente si accrescono su suoli poco vegetati, soleggiati, aridi, ventosi e poveri di humus, così frequenti in prossimità del mare. La lecceta, lo abbiamo rimarcato, è un bosco climax, situato all’apice di una lunga serie evolutiva: roccia nuda, piantine pioniere, prati aridi a cotica discontinua, gariga, macchia mediterranea, forteto e finalmente lecceta. Generazioni di piante più frugali devono aver preparato un habitat idoneo (penombra, humus, umidità nel suolo, protezione dal vento): a questo punto le plàntule di leccio possono svilupparsi; i giovani lecci, col tempo, “bucano” il manto arbustivo, diventano eliofili, sovrastano i cespugli, li schermano dai raggi del sole e li uccidono impedendo loro di svolgere in modo adeguato la fotosintesi (bell’esempio d’ingratitudine). Poco alla volta i resti degli arbusti si consumano e si forma un sottobosco rado, dominato da piantine di leccio destinate, in tempi lunghi, a sostituire i genitori quando questi saranno divenuti senescenti.

Necessità di maggiore diffusione. Discorsi analoghi (cambiano solo i primattori) vanno fatti per boschi submontani e montani inferiori (fino a livello della faggeta): a questo punto deve essere chiaro che un popolamento di arbusti, dove il climax sia un bosco, svolge un ruolo fondamentale nel favorire lo sviluppo degli alberi: è questo il motivo per cui gli ecologi definiscono gli arbusti “ricostruttori” o “preparatori del bosco”.
Non vi è dubbio che la fascia costiera e delle prime colline sia quella più problematica, nel nostro paese: di regola è assai urbanizzata; uno sviluppo edilizio addensato ha spesso invaso zone golenali e, a volte, lo stesso letto di fiumi e torrenti; lungo le coste e nell’immediato entroterra varie zone sono colpite da incendi che, in molti casi, tendono a ripresentarsi con sconcertante regolarità negli stessi luoghi (ogni incendio è un’alluvione in embrione); infine precipitazioni sempre più cospicue ed intense si presentano in aree ristrette provocando danni e, non di rado, luttuose perdite di vite umane. È chiaro, a questo punto, che sarebbe fondamentale ridiffondere le leccete su superfici ben più ampie di quelle attuali. L’argomento merita di essere approfondito, anche per combattere alcuni luoghi comuni: l’appuntamento è alla prossima puntata.

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Tra ecologia e salvaguardia del territorio, i boschi di lecci rivestono un ruolo primario in Italia

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