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Le garighe, formazioni cespugliose a cui piace la povertà

Dopo aver conociuto le alofite costiere e la vegetazione dei prati marittimi, affrontiamo oggi le Con il termine “garìga” s’intende un tipo di vegetazione mediterranea costituito in prevalenza da suffrutici, ovvero piantine legnose nane come timo (Thymus vulgaris) l’euforbia spinosa (Euphorbia spinosa), la lavanda (Lavandula latifolia) e varie altre specie. Spesso le garighe si instaurano su suolo pietroso-rupestre, in mezzo a piantine erbacee più o meno diradate. Nei luoghi marittimi o delle prime colline sovente interessate da incendi, invece, le garighe possono costituire uno stadio di degradazione della macchia mediterranea.

Fattori limitanti fonte di vita. In una gariga il suolo è assai povero di acqua e di humus, quindi di princìpi nutritivi; nulla difende dal dardeggiare impietoso del sole estivo; eppure i suffrutici riescono a cavarsela egregiamente; per loro il fattore limitante che li conduce all’estinzione è proprio l’estendersi dell’ombra quando l’ambiente, migliorato, sia divenuto idoneo ad ospitare esemplari di specie arbustive, più esigenti in fatto di humus e di tenore idrico del substrato ma di maggiori dimensioni. Nel mondo mediterraneo, per le piante di piccola taglia, salvo quelle climaciche come il leccio, il nemico, stranamente, è proprio l’ombra, che riduce nettamente il processo fotosintetico.

Aphyllanthes monspeliensis 

Afillante, interessante caso scientifico. Le specie delle garighe non hanno, in genere, fioritura vistosa (anche se possono esservi presenti alcune orchidee mediterranee); non per questo mancano motivi d’interesse scientifico e didattico. Un solo esempio: l’afillante (Aphyllanthes monspeliensis, Liliacee): tanti fusticini giunchiformi, afilli; all’apice di ogni stelo, in aprile-maggio, da uno a tre fiorellini azzurro pallido. L’areale della specie? Marocco, Algeria, Tunisia, Spagna, Francia, Sardegna, Liguria occidentale; inoltre Val Susa presso Torino e Monte Dragoncello nel Bresciano. Chi ha paracadutato l’afillante in Piemonte e Lombardia? Nessuno, ovviamente. Durante il Pliocene, grosso modo tra 5 e 4 milioni di anni fa, la Val Padana era occupata da un lembo del Mediterraneo, i limiti altimetrici erano ben più elevati degli attuali e la nostra afillante, improvvisataci scalatrice, era riuscita a valicare l’Appennino e a diffondersi lungo la costa del mare padano. Successivamente la scomparsa del mare e le mutate condizioni climatiche hanno favorito il recupero di forme vegetali più competitive: quasi ovunque l’afillante è scomparsa. La causa di tanta solitudine è tutta qui: pochi esemplari resistono ancora in Val Susa e sul Dragoncello, in aree limitate a microclima caldo e asciutto, le cosiddette oasi xerotermiche. Una piccola “macchina del tempo”, l’afillante, muta testimonianza di un’antica Val Padana ben diversa dall’attuale.  

Si tratta di piccole specie legnose che prediligono terreni scarsi di acqua e humus. L'interessante caso dell'afillante

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