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Majorelle, il bleu di Marrakech

Sono ormai millenni che il Marocco, grazie anche alla sua posizione geografica che si affaccia sul Mediterraneo, sull’Atlantico, sul Sahara e si allunga nell’Africa nera, assorbe culture da tutto il mondo: apporti fenici e punici, romani, ebraici e arabi, la colonizzazione europea, si sono stratificati sulla civiltà berbera autoctona, fondendosi in frutti ricchissimi, esperienze aperte e tolleranti, preziose per il futuro dell’umanità intera. Marrakech è una delle sue capitali imperiali, quella più a sud, famosa come la “città tinta di rosa”, a causa delle sue case e della cinta muraria fatte di terra rossa cruda e del suo cielo, che spesso prende tonalità rosate o proprio rosse per il pulviscolo dei venti provenienti dal Sahara.

Bleu majorelle. Jacques Majorelle, decoratore e pittore orientalista figlio di Louis, famoso ebanista e fondatore della “?cole des Beaux-Arts” di Nancy, così importante per l’Art Noveau francese, negli anni ’20 visita il Marocco e vi si trasferisce con la moglie, acquistando a Guélize, quartiere francese vicina all’antica medina di Marrakech, un piccolo terreno di circa un acro, dominato da alte palme da datteri. Qui costruisce un’abitazione in gusto moresco e un muro perimetrale in terra rossa, forme tradizionali della città, e qualche anno più tardi, un atelieur di forme cubiste, ispirate all’opera di Robert Mallet-Stevens, architetto dei giardini molto in voga in quegli anni. Con gusto trasgressivo fa dipingere questo nuovo edificio di un blu cobalto profondo, conosciuto in seguito come bleu majorelle”, poi riproposto in molti altri manufatti del giardino. Questo colore non è una sua invenzione, ma una ri-scoperta, in quanto esso veniva e viene tuttora usato nelle povere dimore berbere dell’Atlante per incorniciare finestre e facciate delle loro case in terra rossa cruda.

Botanico per passione. Altra sua passione è la botanica, ed i viaggi servono anche per raccogliere le piante a lui sconosciute, finanzia spedizioni, scambia con altri collezionisti ed orti botanici, si fa spedire cactacee e succulente da America e Sud-Africa, ed il luogo viene usato come giardino di acclimatazione. Il risultato è stato un giardino lontano dal gusto europeo dell’epoca e forma un ambiente sub-tropicale dai contrasti molto violenti di forme e di colori, da luci accecanti e forti chiaro-scuri, con una struttura verticale stratificata che parte dalle altissime Phoenix dactylifera, passa allo strato dominato delle altre palme, banani, Ficus e Jacaranda, al piano delle pergole e degli altri manufatti, fino al più basso sottobosco ed al livello del terreno e dell’acqua di vasche e ninfei. La passione di Majorelle lo porta nel 1947 ad aprire il giardino al pubblico, continuandolo a curare fino alla sua morte, avvenuta nel 1962.

Matrimonio di pittura e natura. Colpiti dalla magia dell’ambiente, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé decidono di acquistarlo: «Di Marrakech era stato detto e scritto tutto, ma Yves Saint Laurent ed io non pensavamo di innamorarsi di un piccolo, misterioso giardino, dipinto dei colori di Henry Matisse». È il loro giardino, ma vogliono che continui ad essere un luogo aperto alla gente: sistemano le piante, ne mettono nuove, ripristinano le vecchie sistemazioni, organizzate a scomparti in modo da irrigare per allagamento, secondo tecniche usate spesso a Marrakech, come nei suoi grandi giardini dell’Agdal e della Menara. L’acqua, elemento fondamentale nella cultura islamica e moresca del giardino, è presente a Majorelle in molteplici forme: vasche, depositi, fontane, canali, che donano al luogo un senso di fresco e gioioso riparo dal clima torrido e assolato presente pochi metri più in là, e con il loro rumore accompagnano i passi dei visitatori incantati. È un paradiso entrarvi nelle ore più calde del giorno, ma l’effetto più stupefacente si ha forse nel tardo pomeriggio, quando la luce obliqua penetra negli strati più bassi e dà vita ai molteplici colori presenti, prima offuscati dai contrasti troppo forti: il bianco delle velenose dature, il giallo dei fior di loto, gli azzurri ed i viola di plumbago e buganvillee contro il blu dei muri, le screziature dei bambù, emergono con una forza prima sottaciuta e danno un volto nuovo al giardino che credevamo dominato solamente dai fusti delle palme e dalle spine delle cactacee.

Poco prima che Yves Saint Laurent lasciasse le proprietà del marchio di moda (ora del Gruppo Gucci), il giardino è stato restaurato da Madison Cox, paesaggista americano che insieme a Bergé ha anche scritto un minuscolo ma denso libretto su “Majorelle, a Moroccan Oasis”, Thames & Hudson, London 1999. Il Giardino Majorelle è oggi di proprietà di un’apposita fondazione che ne assicura la tutela e la visita. «Ti ho molto amato e anche se non potrò più vederti coricare, non ti dimenticherò e verrò un giorno a cercarti nel nostro giardino» sono le parole con cui Pierre Bergé ha porto l’ultimo saluto a Yves Saint Laurent, prima che le sue ceneri fossero sparse a Majorelle.

Il giardino vanta una collezione botanica unica. Appartenuta a Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, la proprietà ha una storia ricca di fascino

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