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L’informazione ai tempi dei social network

Come riportato da Capogna (Capogna S. Socializzarsi con, nei, social media. Processi sociali e comunicativi, Scripta web, 2001 Napoli), con l’avvento del Web, il modo di comunicare, acquisire, produrre conoscenza e accedere all’informazione si è potenziato di nuovi paradigmi, regole, canali di condivisione, luoghi, strumenti, espressioni, che richiedono pratiche sempre più complesse e sistematicamente aggiornate.
Oggi abbiamo facile accesso a una massa di informazioni enorme rispetto al passato ma, spesso, non siamo capaci di saper scegliere responsabilmente e con competenza quello che realmente è necessario. Ai miei studenti dico che affidarsi a Google va bene, ma se non si usano le chiavi giuste, è come essere assetati e cercare di bere da un idrante. Si rischia di affogare per il volume d’acqua che esce dalla bocchetta senza riuscire a dissetarsi.

Mentre per la mia generazione non è stato e non è facile passare dal vecchio sistema educativo basato sulla linearità della trasmissione del sapere, veicolata dal libro scritto e da una didattica frontale, a percorsi d’apprendimento personalizzati, multidimensionali e multimediali, le nuove generazioni dei Social Network dovrebbero essere maggiormente a proprio agio in un ambiente informale come internet e nelle comunità virtuali rispetto alla maggior parte dei docenti, tutor, orientatori ed educatori entrati nel mondo digitale in un secondo momento. Ma è sempre così?
I social media, ai quali va reso anche grande merito, hanno anche scoperchiato, dal punto di vista dell’informazione, un vero vaso di Pandora: quello dell’autoreferenzialità. Un sondaggio svolto rivela che il 73% degli intervistati considera attendibili soprattutto le notizie condivise sui social media da amici e familiari. Ma, soprattutto, il 71% ha maggior fiducia nei motori di ricerca, il 69% nella tv (ma gli utenti fino a 24 anni non sono censiti), il 45% nei quotidiani.

È, quindi, sempre più la nostra visione del mondo a orientare il modo in cui ci informiamo. E la rete è uno specchio in cui vogliamo e possiamo trovare continue conferme (Cosenza, 2016). Una tendenza che il Censis definisce “solipsismo di Internet”: la rete diventa, in sostanza, uno strumento nel quale le persone cercano la conferma a opinioni, gusti, preferenze che già si possiedono e si tende a rifiutare o a ritenere non vero ciò che “non ci piace” sia vero.

A ciò si aggiunge che il 90% degli utenti che cerca informazioni non va oltre la prima pagina del motore di ricerca utilizzato (principalmente Google, Mozilla o Explorer), per cui assume rilevanza fondamentale l’uso delle giuste “Keywords” perché da queste dipenderà poi fortemente quali informazioni si possono ottenere. Il mio consiglio è di non utilizzare parole chiave secche e difficilissime da posizionare, anche per il fatto che poche persone le cercano, preferendo termini di ricerca composti da 2 o 3 termini affiancati. Una ricerca di qualche anno fa evidenziò che Il 45% delle persone che cerca sui motori di ricerca, effettua le ricerche digitando frasi composte da almeno 2 termini, solo il 30% ricerca frasi composte da almeno 3 termini e il restante 25% degli utenti cerca con termini singoli.

Direte, ma che c’entrano il vivaismo e l’arboricoltura in tutto questo? Purtroppo capita sempre più spesso di leggere cose che non hanno nessun fondamento scientifico, basate spesso sulla creduloneria, ma spacciate per pratiche/tecniche efficaci attribuendo invece a esse una efficacia che è puramente illusoria e spesso fatte pagare a caro prezzo. Ma anche di leggere j’accuse contro alcune attività inerenti al vivaismo o all’arboricoltura senza che si abbia la minima prova o, peggio ancora, la minima competenza di ciò di cui si parla. Ci si affida, o si preferisce affidarsi, come detto, a un’informazione veicolata attraverso il passa-parola, spesso urlata, non filtrata, non basata su alcuna ricerca replicabile, ma spesso sull’imitazione di quello che fanno altri. Un’informazione alla quale, purtroppo, i politici sono spesso (troppo) sensibili e sulla quale, talvolta, basano le loro scelte di policy ambientali e agrarie.

Mi torna in mente quante volte mi è capitato di vedere bottiglie di plastica attaccate agli alberi da frutto (lotta contro le gelate), compact disks appesi contro gli storni o altri uccelli, oppure vaschette piene di birra che attirano le lumache e altre bizzarre soluzioni. Che fine pensate abbiano fatto tutte quelle bottiglie o i CDs sparsi per le nostre aree di frangia e per le campagne? Sono disseminati ovunque, determinando un inquinamento ben peggiore di quello di molti prodotti utilizzati per la gestione delle colture. 
E come si fa a non citare la questione della Xylella fastidiosa, che sta suscitando dibattiti e polemiche infiniti e sulla quale tutti, giornalisti, attori, comici, nani e ballerine, si sono permessi di dire la propria senza la minima conoscenza né del batterio, né della olivicoltura? Il tutto è diventato una questione politica che determina solo ritardi negli interventi necessari a limitare il diffondersi della batteriosi.
Questo succede anche a causa del fatto che la ricerca scientifica, così come la pratica reale, non hanno la stessa capacità di posizionare le proprie informazioni rispetto a certi siti che utilizzano buoni esperti di SEO (Search Engine Optimization, cioè tutte quelle attività volte ad ottenere la migliore rilevazione, analisi e lettura del sito web da parte dei motori di ricerca) che, talvolta, veicolano informazioni del tutto errate, senza vere basi scientifiche che, nel peggiore dei casi, possono anche creare dei danni.

Con questo non voglio dire che la ricerca abbia sempre ragione e che i suoi risultati non sono mai discutibili, ma che dovrebbe aprirsi a un nuovo modo di comunicare verso l’esterno e non solo verso gli addetti ai lavori.
Ecco perché il nostro mondo deve evolversi, imparare a comunicare nel modo giusto per evitare di essere “fagocitato” da mestieranti dell’ultim’ora, spesso solo apparentemente guidati da uno spirito divulgativo, ma il cui intento è in realtà solo quello di creare disinformazione e di lucrare sulla ingenuità e sulla fiducia delle persone. Ed ecco perché è fondamentale che chi opera nel nostro settore sappia veicolare la giusta informazione che è quella basata sulla ricerca indipendente e replicabile e sulla pratica giornaliera di campo creando maggiori opportunità di divulgazione tempestiva e accessibile e di interazione.

Allora perché non ricorrere ai social network e ai blog da parte di scienziati o gruppi di ricercatori per rendere pubblici, presentare e discutere le proprie ricerche e i propri risultati (Curzel, 2011 in Esposti, http://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/28/da-web-20-science-20-come-cambiano-le-riviste-scientifiche). Più tempestivi e, soprattutto, più accessibili (sia come lessico che come costo) delle riviste scientifiche, i social network, le riviste online e i blog consentono di andare oltre i confini, i tempi e, perché no?, oltre le logiche imposte dalla comunità scientifica, entrando direttamente in comunicazione e interazione con una comunità nuova, in buona parte inesplorata e sostanzialmente illimitata (Esposti, 2012).

Francesco Ferrini, presidente della Scuola di Agraria dell'università di Firenze

Con internet le notizie sono alla portata di tutti. La qualità delle fonti non sempre attendibili, però, ostruisce la giusta percezione dei fatti anche nel mondo del verde.

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