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Economia circolare ed energia rinnovabile: i fattori chiave

L’utilizzo e lo smaltimento dei materiali preziosi come quelli che formano i pannelli solari necessitano di un cambiamento nella gestione. Gioca un ruolo chiave la cooperazione tra i vari attori della catena, per favorire il processo di creazione di un ciclo chiuso.

Le energie green.
I benefici derivati dall’utilizzo di energia rinnovabile sono innegabili, uno su tutti l’abbassamento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. Lo sfruttamento di queste fonti energetiche alternative dipende però dall’utilizzo di materie prime che presentano alcune criticità. Solitamente, infatti, provengono da un ristretto gruppo di paesi politicamente instabili, che non riescono a garantire un approvvigionamento costante e sicuro. Questa situazione crea quindi un ambiente incerto per il lavoro di investitori e industrie.
In una catena di fornitura a ciclo chiuso, i prodotti o i materiali al loro interno vengono riconferiti ai produttori per il riutilizzo. Oltre a incrementare il livello di sicurezza per l’approvvigionamento, questo metodo apporta benefici anche per la performance ambientale, andando ad abbassare l’impatto dell’estrazione e della lavorazione delle materie prime. Tuttavia esistono diverse ricerche svolte nel settore che evidenziano come ci sia un certo scetticismo da parte di molti produttori nella fattibilità di un tale cambiamento.
Ci sono al momento due importanti progetti Horizon 2020 che stanno lavorando sul recupero di materie prime preziose da fonti primarie e secondarie: il primo è CloseWEEE (che si occupa del ciclo delle apparecchiature elettroniche, in particolare della catena di materie prime come l’antimonio e la grafite) e il secondo è denominato SecREEts (che segue il ciclo degli elementi rari da estrazione).
Un nuovo studio ha esplorato i fattori che potrebbero favorire la creazione di catene di approvvigionamento a ciclo chiuso, concentrandosi in particolare sui settori del fotovoltaico e dell’eolico.
Questi due ambiti industriali sono responsabili del maggior uso di materie prime rare nelle tecnologie energetiche verdi. Il fotovoltaico infatti si pone al primo posto per l’utilizzo di indio e gallio, mentre l’eolico spicca per la richiesta di forniture di neodimio e disprosio.

I fattori limitanti.
Analizzando gli studi esistenti sull'argomento, i ricercatori hanno stilato un elenco di 10 fattori che potrebbero influenzare l'implementazione di catene di fornitura a circuito chiuso per le materie prime rare. Questi sono:
  • Fattibilità tecnica del riciclaggio, che dipende in larga parte dal design dei prodotti, ovvero dalla loro facilità di smontaggio;
  • Disponibilità degli articoli da riusare, ovvero in quale quantità, di quale qualità e dove si trovano gli oggetti da riciclare. Questo dipende in larga parte dal comportamento dei consumatori;
  • Opportunità di mercato, che dipende dal prezzo delle materie prime attualmente in uso;
  • Fattibilità economica, rappresentata dal bilancio tra costi e benefici;
  • Concorrenza, che è il risultato della competizione per l’approvvigionamento. Questa può avvantaggiare il processo di riuso;
  • Trasparenza, identificata come la diffusione delle informazioni che favorirebbe lo svolgimento di un corretto ciclo dei materiali;
  • Coinvolgimento, dato dalla cooperazione tra gli attori concorrenti al fine di sviluppare un mercato solido;
  • Infrastrutture, intese come le strutture, le capacità e le tecnologie per la raccolta e l’elaborazione dei materiali riciclati;
  • Legislazione, cioè l’ottenimento di regolamenti adatti alla regolamentazione del settore, aperti all’applicazione di nuove tecnologie;
  • Impegno pubblico, in particolare la diffusione a tutti i livelli di una cultura del riciclaggio intesa nei termini della protezione ambientale.  
Dopo aver stilato questo elenco, i ricercatori hanno intervistato i rappresentanti di 10 importanti aziende, con sede nell'UE, che lavorano nei settori dell’eolico e del fotovoltaico al fine di conoscere le strategie attuate per limitare la negatività derivata dall’estrema scarsità delle materie prime grezze.
Quattro di queste aziende si occupano di produzione, invece le restanti sei gestiscono catene di approvvigionamento inverso, ovvero sono coinvolte nella raccolta e nel riciclaggio di prodotti usati.
Nonostante questo studio sia effettuato su piccola scala, i risultati forniscono spunti di riflessione interessanti anche per un futuro sviluppo di politiche adeguate al settore.

Le conclusioni.
Tutti i fattori elencati dai ricercatori sono stati citati in una certa misura dalla totalità degli intervistati. Quello che emerge più frequentemente dalle risposte è la fattibilità tecnica del riciclaggio. La complessità del design dei prodotti e le difficoltà nello smontaggio si pongono come elementi che limitano lo sviluppo delle catene di recupero. I produttori, d'altra parte, individuano nell'attuale mancanza di tecnologie di riciclaggio la principale barriera alla creazione di cicli chiusi, poiché considerano attualmente i loro prodotti potenzialmente riciclabili fino al 90%.
Gli altri due principali fattori limitanti per gli intervistati sono stati la disponibilità di articoli e la fattibilità economica. La carenza di sistemi di raccolta per i prodotti fuori uso e la mancanza di incentivi commerciali sono legati allo scarso impegno nel recupero dei materiali.
Il dato positivo che emerge dalla ricerca è l’allineamento di opinioni tra i vari attori coinvolti, che potrebbe risultare il vero punto di partenza sul quale innestare nuove linee guida, al fine di favorire la creazione di un percorso virtuoso nel recupero di queste materie prime.
L'armonizzazione della legislazione a livello internazionale potrebbe influire significativamente sulla chiusura del ciclo, visto che spesso i settori analizzati evidenziano flussi di prodotti transnazionali.

Diverse le difficoltà emerse in un recente studio. La collaborazione tra produttori e utilizzatori risulta fondamentale.

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