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Burle Marx, paesaggista poliedrico legato a Rio de Janeiro

Mediaticamente parlando, questo è senz’altro il periodo del Brasile. L’estate 2014 è stata caratterizzata dai commenti sugli avvenimenti dei Mondiali di Calcio e nell’agosto del 2016 a Rio de Janeiro si terranno le Olimpiadi.

Paesaggista ma non solo. Rio è stata anche la città per eccellenza di colui che tutt’oggi, a vent’anni dalla sua scomparsa, è considerato da molti come  il più grande paesaggista brasiliano di tutti i tempi, senza dubbio una figura di spicco mondiale sul tema del “landscape & garden design”.Stiamo parlando di Roberto Burle Marx, professionista poliedrico ed autore prolifico di oltre mille Definire Burle Marx paesaggista è, in realtà, molto riduttivo, forse addirittura tecnicamente errato; indotto sin dall’infanzia alla passione per l’arte, la letteratura e la musica, ne diviene presto esperto praticante mentre, contemporaneamente, inizia un processo conoscitivo sui segreti della botanica che lo accompagnerà per tutta la vita.

Avanguardia ecologista. In anticipo di mezzo secolo rispetto alla civiltà mondiale, fu guidato da una forte sensibilità riguardo alla bio-compatibilità dell’intervento umano: nella realizzazione di nuovi spazi verdi, era consapevole del fatto che, per poter utilizzare nel modo più naturale possibile determinati elementi vegetali, occorreva comprenderne a fondo le caratteristiche botaniche così da poter conciliare la natura “artificiale” con quella spontanea.
Anche per questo forse era solito dire “Osservare, osservare, osservare ed ancora osservare”; durante la sua attività, infatti, intraprese numerose spedizioni nelle foreste tropicali, tanto da essere l’unico paesaggista al mondo a scoprire nuove specie, ben 47, di cui 38 portano il suo nome.
Questa ricerca meticolosa gli permise di apprendere accurati dettagli sulle proprietà di sviluppo delle varie piante. Ne comprese le condizioni preferenziali di accrescimento, mettendole poi in pratica nei suoi progetti attraverso la creazione di giardini il cui apparato vegetale, fatto di innumerevoli specie tropicali brasiliane, si fonde con la natura circostante, senza soluzione di continuità, ma al contempo con estrema dinamicità spaziale, secondo un linguaggio che divenne  esemplificazione della valenza estetica della flora sudamericana.
L’avanguardistica coscienza ecologista si manifestò anche nelle perpetue denunce sull’opera distruttiva nella foresta Amazzonica, quando ancora l’opinione pubblica mondiale, oltre ad essere poco sensibile sul tema, era anche scarsamente informata sui fatti.

Paesaggista quindi, ma anche ecologista, botanico, pittore e musicista. La commistione di queste attitudini si materializzò con sintesi perfetta in tutti i suoi più grandi lavori di “landscape design”, svolti spesso in collaborazione con altre figure di spicco. Doveroso menzionare la progettazione della nuova capitale Brasilia, intrapresa insieme all’architetto Oscar Niemeyer e all’urbanista Lucio Costa, con i quali oltre a condividere una grande amicizia, contribuì a definire un preciso linguaggio di architettura brasiliana nel periodo modernista.

Il Calçadão de CopacabanaLa quarta dimensione. Le Corbusier definiva l’architettura “gioco sapiente dei volumi sotto la luce”; l’architettura del paesaggio prodotta da Burle Marx va oltre questa definizione aggiungendo, con una lungimiranza degna del miglior Eisntein (che tra l’altro ricordava anche fisicamente per la sua folta capigliatura grigia), una quarta dimensione allo spazio tridimensionale: il tempo.Il tempo inteso sia come modifica controllata dello spazio in funzione dell’accrescimento dell’apparato vegetale negli anni, sia come determinazione di un ritmo scandito dalle varie forme ideate e messe in opera, in particolare all’interno degli spazi urbani.

A ritmo di samba. Emblematica, in tal senso, è la realizzazione del waterfront lungo l’Avenida Atlantica di Rio de Janeiro, senza dubbio la sua opera più nota ed usufruita, che rappresenta alla perfezione lo spirito goliardico del popolo carioca.
Burle Marx si trovò di fronte a un lembo chilometrico di vuoto urbano, in cui il tessuto costruito si affacciava sull’oceano che bacia le magnifiche spiagge tra loro in successione – Copacabana e Ipanema, giusto per citarne un paio -  e in cui si frapponeva la trafficata arteria stradale in doppia carreggiata.
Creare un classico viale alberato, in cui un'unica essenza vegetale fosse ripetuta a distanza regolare, sarebbe stato piuttosto semplice; ma qui non siamo in Europa e il tempo non è scandito a passo di valzer, qui ci si muove a ritmo di samba.
Pertanto il Paesaggista, sfrutta per l’ennesima volta le sue doti di artista e inventa un’opera di urban landscape dall’iconografia inimitabile: tramite l’uso di materiali con colori differenti e il posizionamento di macchie di verde in modo solo apparentemente casuale, disegna una pavimentazione pedonale che vista dall’alto non sfigurerebbe come quadro astratto e a chi la percorre imprime inconsciamente un movimento dinamico fatto di accelerazioni, pause, contrappunti.

L’obiettivo primario del progetto è raggiunto. L’asfalto della via carrabile viene mortificato, nel senso letterario del termine, tende a scomparire e a perdere di importanza, visivamente “fagocitato” da un mosaico di marmo policromo, che raggiunge la sua massima espressione grafica nel lembo a contatto con la sabbia delle spiagge: un onda bianca e nera, divenuta un marchio di riconoscimento del luogo, percorsa giorno e notte ininterrottamente da milioni di persone, più o meno allegramente ma, comunque, a ritmo di samba!

 

Molte le opere dell'architetto nella città carioca, tra cui spicca il waterfront lungo l’Avenida Atlantica, simbolo goliardico dell'animo brasiliano

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