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Il medioevo dell’arboricoltura preludio a un nuovo rinascimento?

Come è noto il medioevo è stato definito “l’Età Buia” in contrapposizione al secolo dei lumi, cioè all’Umanesimo e, soprattutto, al Rinascimento. Il primo a definire il Medioevo “Età Buia” fu Petrarca, che considerava il Medioevo un’età di ignoranza e lo contrapponeva all’Antichità classica, che ammirava e considerava un’età ricca di cultura, soprattutto dal punto di vista letterario e filosofico. Anche se questa definizione è ormai stata confutata, in quanto anche nel medioevo l’umanità fece notevole progressi, rimane sempre connotata come un’epoca caratterizzata da oscurantismo e arretratezza culturale e  scientifica, tanto che, oggi, si usa spesso l’aggettivo medievale con accezione negativa e anche nella Treccani online si indica l’aggettivo medievale per connotare abusi, malversazioni, violenze, superstizioni, distorsioni della verità e quando si parla di un nuovo Medioevo lo si fa in una prospettiva catastrofista di ritorno di un passato premoderno.

Il Rinascimento invece è definito, per antonomasia, come il periodo, tradizionalmente fissato tra la metà del sec. XV e la metà del sec. XVI, caratterizzato, soprattutto in Italia, da un'eccezionale fioritura artistica e letteraria, nonché da un più libero sviluppo del pensiero, frutto di una nuova consapevolezza dei mezzi dell'uomo e della sua potenza (in questo senso, spesso contrapposto a Medioevo).

Perché allora scegliere un titolo come quello di questo articolo? Per fare chiarezza, riporto, qui di seguito, tre brevi paragrafi tradotti da un libro inglese sull’arboricoltura.

1)     In altri paesi con un clima più caldo del nostro, come Francia, Italia, e gli Stati Uniti, gli alberi sono una necessità nelle strade cittadine per l’ombreggiamento che forniscono in estate e per la mitigazione del calore e della rifrazione delle pavimentazioni, che non sono solamente brutte dal punto di vista estetico, ma sono altamente pericolose per la salute. La New York Medical Society afferma “che uno dei mezzi più efficaci per mitigare l’intenso calore dei mesi estivi e diminuire la mortalità fra i bambini e la coltivazione di un adeguato numero di alberi nelle strade”.

2)     L’impianto di alberi come è fatto adesso nelle città inglesi, con le griglie metalliche alla base, che si suppone consentano adeguati scambi gassosi, è una pratica sbagliata. Alberi piantati con questo sistema non avranno mai performance di crescita sufficienti. Inoltre, le griglie sono costose e probabilmente non più efficaci nel consentire gli scambi gassosi della comune ghiaia. La pratica di piantare gli alberi, come negli Stati Uniti, lungo una continua striscia inerbita dovrebbe essere sempre adottata laddove possibile.

3)     La potatura è costosa e i risultati di operazioni “chirurgiche” su un albero hanno lo stesso effetto che avrebbero su un animale. La visione di alberi, non solo nelle strade, ma anche nei parchi, con i loro tronchi marcati da grandi cicatrici o monconi di branche, è molto stressante ed è, soprattutto, la causa di molte malattie e della morte di piante. Lo spettacolo di operatori non preparati che “macellano” alberi è doloroso ma comune. L’arte della potatura è quella di tagliare in tempo le branche che devono essere rimosse, cioè quando sono piccole, meno di 2 cm in diametro.

Ebbene, vi sorprenderà sapere che queste frasi sono prese dal libro “Forest, woods and trees in relation to hygiene” scritto da Augustine Henry e pubblicato nel 1919. Avete letto bene: praticamente 100 anni fa.

Ecco che allora viene da pensare che, non essendo praticamente cambiato niente da quando è stato scritto questo libro, almeno non nel nostro paese, siamo ancora in quello che ho definito, mutuando la definizione di “Età Buia”, il medioevo dell’Arboricoltura.

La speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire, per cui mi auguro che succeda, anche per la nostra arboricoltura, ciò che è accaduto nella storia del mondo, cioè che il medioevo che tuttora viviamo in quanto a cura e gestione dei nostri alberi, sfoci in un bellissimo rinascimento non solo gestionale, ma anche culturale sia nelle nostre amministrazioni, sia nei molti privati che vedono negli alberi solo un fastidio e non vedono l’ora che l’Amministrazione li capitozzi, in modo che non “facciano troppo ombra”, “non sporchino”, non “tolgano l’aria” (non ci crederete, ma l’ho sentita più di una volta).

Come ho avuto modo di dire e scrivere moltissime volte (ma non mi stancherò mai di ripeterlo), la capitozzatura è una pratica barbara (sempre nel medioevo siamo) che non si regge su alcun presupposto scientifico. Anzi, la ricerca ha ampiamente dimostrato che è una pratica che indebolisce gli alberi, li spinge verso la spirale della mortalità, li rende più suscettibili ai parassiti e ne riduce grandemente i benefici che essi potrebbero fornire se lasciati crescere in modo adeguato. Eppure, continua a essere praticata, adducendo motivazioni risibili, ma che denotano solo una profonda ignoranza nei confronti della materia e un disprezzo verso la nostra primaria fonte di vita: gli alberi.

È chiaro che con questa mentalità gretta, ottusa e limitata è difficile fare passi avanti. Se invece si guarda fuori del nostro Paese, come spesso ci viene mostrato ai convegni o abbiamo modo di vedere con i nostri occhi ci si accorge che le città sono soggette a continui cambiamenti e che alcune di esse stanno vivendo una vera e propria “rigenerazione urbana”, perché si è compreso che il verde pubblico possiede aspetti e funzioni sempre più precisi e differenziati e deve essere organizzato e gestito in un vero e proprio “sistema” continuo: dal verde sotto casa per i più piccoli, al parco-giochi a distanza pedonale, al verde di quartiere con impianti sportivi elementari, al verde di settore urbano con attrezzature più complesse e specializzate, fino alla grande area naturale al servizio dell’intera città e del territorio circostante.

Tuttavia, è fondamentale che tali iniziative siano supportate tecnicamente e possiedano una coerenza interna con le altre politiche gestionali e con gli obiettivi e le strategie di pianificazione urbana nel suo complesso, poiché in uno scenario nazionale e internazionale sempre più articolato, con tagli di bilancio in aumento, l'uso di strumenti avanzati per la pianificazione strategica e l'allocazione ottimale delle risorse diventa essenziale per implementare non solo quantitativamente ma anche qualitativamente il verde nelle aree urbane e non è certo capitozzando gli alberi che si può pensare di farlo.

La speranza è che questo medioevo dell’arboricoltura, la cui fine spero prossima, sia il preludio a un un “rinascimento urbano” in cui l’albero sia al centro delle politiche pianificatorie, un po’ come l’uomo era il centro dell’Universo nel Rinascimento. Fondamentale è ricordare che il principio dell’antropologia umanistica risiedeva nella celebre affermazione attinta dal mondo classico secondo cui: homo faber ipsius fortunae, mediante la quale gli scrittori del Rinascimento intendevano dire che la prerogativa specifica dell’uomo, vale a dire la sua particolarità nei confronti degli altri esseri, risiede nel forgiare se medesimo e il proprio destino nel mondo. E allora, se vogliamo veramente forgiare noi stessi e lasciare un futuro alle nuove generazioni, dobbiamo piantare più alberi e gestirli in maniera corretta in modo da prolungarne efficienza ed efficacia e far sì che, grazie ai benefici da loro prodotti, le nostre città siano più vivibili in modo da “rendere il mondo migliore un albero alla volta” (“Make the world better, one tree at a time”, International Society of Arboriculture).

Francesco Ferrini – docente di Arboricoltura, Università di Firenze

L'assenza di pianificazione e la scarsa gestione sono i limiti per lo sviluppo del verde urbano nel nostro Paese. Partendo, però, dall'inconsapevolezza dei benefici che potrebbero esserci.

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