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Gli olmi tornano a morire, ma non tutti!

Osservando le nostre campagne, non possiamo fare a meno di notare la grande moria di piante di olmo che quest’anno sta caratterizzando il paesaggio. L’olmo campestre (Ulmus minor), è, infatti, una delle specie più suscettibili ad una malattia denominata grafiosi dell’olmo; questa malattia è causata da un fungo patogeno di origine asiatica, Ophiostoma ulmi s.l., che già all’inizio del secolo scorso, devastò rapidamente le popolazioni di olmo europee e successivamente quelle del nord America.


Scolitide durante l'attività trofica all’ascella del rametto


Un po' di storia. Dopo la prima ondata epidemica, a partire dagli anni ’70, la malattia ha avuto una forte recrudescenza a seguito dell’introduzione di ceppi virulenti dal Nord America. Questa seconda ondata epidemica portò alla scomparsa delle specie di olmo europee e gravi danni all’economia, all’ambiente e soprattutto al paesaggio urbano. Infatti, le piante di olmo costituivano un elemento importante nell’arredo urbano delle principali città italiane ed europee ed erano considerate ancora una risorsa importante nell’economia agricola italiana, non facilmente sostituibili con altre specie vegetali.

Sintomi e danni. Il patogeno agisce entrando in contatto con le piante sane nella porzione superiore della chioma tramite l’attività nutrizionale di alcuni insetti scolitidi che compiono il loro ciclo biologico da olmi malati a sani, diffondendo così la malattia. Dal momento dell’inoculazione, ben presto si osserva la comparsa di foglie gialle e avvizzite su tutta la parte alta della chioma. Lo sviluppo dei sintomi nel periodo primaverile è molto rapido e intenso, più che in estate. Quando l’infezione si verifica attraverso il contatto radicale tra pianta malata e sana, i sintomi di appassimento sono più intensi e la pianta muore in tempi brevi. Le condizioni climatiche favorevoli per lo sfarfallamento dei giovani adulti di scolitidi e la presenza di un sufficiente numero di piante già infette e di dimensioni adatte per l’ovideposizione sono le caratteristiche che quest’anno hanno permesso il verificarsi di una nuova ondata epidemica.

La ricerca ha portato varietà resistenti. Grazie alle osservazioni e agli studi in merito alla malattia e ai programmi di ricerca sul miglioramento genetico portati avanti da vari Istituti di Ricerca, tra i quali, in Italia, l’Istituto per la Protezione delle Piante (IPP) del CNR, è stato possibile selezionare piante resistenti alla grafiosi. ‘San Zanobi’, ‘Plinio’, ‘Arno’, ‘Fiorente’ e ‘Morfeo’ sono i cinque cloni di olmo brevettati dall’IPP del CNR, i quali combinano le ottime caratteristiche vegetative degli olmi europei con la notevole resistenza alla malattia di quelli orientali.

Nuovi orizzonti: il ritorno dell'Olmo. Grazie all’utilizzo di questi cloni, sia da parte delle amministrazioni pubbliche che dei privati, l’olmo si potrà riappropriare dei propri spazi, almeno nei contesti ornamentali. Inoltre, questi cloni brevettati sono anche caratterizzati da un accrescimento piuttosto rapido che ne suggerisce l’uso per la produzione di biomassa ed anche di legname di pregio.

Mentre per il patrimonio esistente saremo costretti a vederne un progressivo declino e, ancora una volta, queste piante maestose si trasformeranno in cespugli, l’utilizzo delle piante resistenti al patogeno, in modo ancora più sistematico e diffuso, potrà essere un modo per contrastare il diffondersi della malattia e per poter rifruire di questa splendida pianta, che fin dai tempi preistorici è stata un patrimonio per l’uomo e per l’ambiente.

 

 

 

La ricerca ha portato ad alcuni cloni resistenti alla grafiosi. Così si recupera un patrimonio storico importante

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