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Vivaismo ornamentale: materiali di scarto e rifiuti prodotti

Il vivaismo ornamentale pistoiese si differenzia molto da un’agricoltura di tipo tradizionale, e questo per una serie di motivi, tra i quali il fatto di essere  un settore altamente specializzato che concentra una grande fetta della sua produzione nel fuori-suolo. Questa attività necessita di un elevato apporto di risorse e di materiali e  genera alla fine del ciclo di produzione di una pianta, una certa quantità di rifiuti e sottoprodotti da smaltire.
Una delle voci più abbondanti per quanto concerne i rifiuti provenienti dall’attività vivaistica è senza dubbio quella delle plastiche. Di queste, la gran parte deriva da vasi, film pacciamanti, imballaggi di concimi e substrati, impianti irrigui, ombreggianti e teli di copertura di serre e tunnel.
Andando più nello specifico si parla principalmente di polietilene, nelle sue varianti PE-HD e PE-LD, cloruro di polivinile (PVC) e polipropilene (PP). I rifiuti plastici sono solo una delle categorie che vanno a comporre un quadro più complesso relativo all’utilizzo delle plastiche in un’azienda vivaistica. La totalità dei materiali plastici può essere categorizzata come segue:
  • Rifiuti generici, definiti come quegli elementi che non sono più funzionali all’attività aziendale e per questo devono essere smaltiti. Questi comprendono gli imballaggi, i vasi e i teli non più utilizzabili e le parti degli impianti di irrigazione da sostituire.
  • Plastiche strutturali, ovvero quelle plastiche che appartengono stabilmente alla struttura aziendale e partecipano al processo produttivo, come gli impianti di irrigazione.
  • Plastiche di passaggio, che possiamo associare ai vasi, elemento fondamentale per la produzione delle piante. Questi vengono necessariamente venduti insieme al prodotto ornamentale, lasciando l’azienda vivaistica, ma non rappresentando in alcun modo un rifiuto.
Un recente studio. Nel corso del 2017 è stata svolta un’indagine preliminare volta a comprendere la dinamica di utilizzo della plastica all’interno del distretto vivaistico pistoiese. La natura preliminare del lavoro non permette di formulare affermazioni chiare e definitive ma fornisce comunque dei dati che, quando analizzati, portano a delle osservazioni decisamente interessanti.
Sono stati selezionati in provincia di Pistoia 7 aziende vivaistiche, scelte tra piccole, medie e grandi, che seguono metodi di produzione radicalmente diversi fra loro, al fine di valutare come le analogie o le differenze tra le realtà produttive possano influire o meno sull’impatto di un materiale preciso: la plastica. Per ottenere una misura sui rifiuti prodotti, quando possibile, sono stati raccolti i dati sullo smaltimento delle plastiche per più anni, in modo da avere un dato storico, molto utile quando devono essere operati dei confronti. Per quanto riguarda invece le plastiche utilizzate nel processo produttivo, è stato necessario effettuare numerosi rilievi in campo, pesare i vasi e i vari materiali presenti, categorizzare i dati e inserirli all’interno di un contesto standardizzato che ne permettesse il confronto.

Risultati inaspettati
. Da una prima analisi emerge chiaramente come la percentuale più alta per quanto riguarda le quantità di plastica è rappresentata dai vasi: al variare dell’azienda sottoposta a indagine questa percentuale, in peso, oscilla tra il 70% e il 93%.
Le plastiche strutturali contribuiscono per una percentuale compresa tra il 5% e il 28%, ultimi i rifiuti che coprono nel peggiore dei casi il 5% del totale.
Anche se i volumi di rifiuti plastici smaltiti annualmente da un’azienda vivaistica sono molto elevati,  in percentuale risultano essere una quantità minima rispetto al totale della plastica effettivamente utilizzata nel processo di produzione. Questo dato si conferma in linea con le ultime statistiche internazionali che mettono infatti, tra tutti i settori produttivi, l’agricoltura tra i minor produttori di rifiuti plastici.
Questo è un risultato decisamente positivo, visto che ci può permettere di concludere che il reale impatto dei rifiuti plastici è molto contenuto.Ridurre ulteriormente questo dato è possibile e alcune aziende si stanno già muovendo in tal senso, andando a sperimentare ad esempio le plastiche biodegradabili (fabbricate in PLA, ovvero l’acido polilattico utilizzato anche nelle stampanti 3D), oppure andando a eliminare i teli pacciamanti preferendo soluzioni più sostenibili come l’inerbimento.
Le plastiche, certo, non rappresentano un’indicatore univoco della sostenibilità di un’attività produttiva ma vanno a occuparne un tassello importante. Come già affermato, questi dati sono tratti da una semplice analisi preliminare che però potrebbe essere il punto di partenza per delle indagini più approfondite.
Anche sulle altre tipologie di scarto prodotte dal settore si dovrebbe prestare attenzione come ad esempio agli scarti verdi, inquadrabili sì come rifiuti ma, se si guardano da un’altra prospettiva potrebbero benissimo andare  a rappresentare una risorsa (si pensi ad eventuali trasformazioni in bioenergia, compost ecc.).
 
 
L’interesse per questo argomento deriva anche dalla sempre maggiore attenzione che viene posta alle emissioni di CO2, utilizzate come riferimento per la formulazione di norme e regolamenti per la protezione ambientale.
Ulteriori chiavi di lettura di questi dati potrebbero essere fornite da possibili confronti con aziende di altri settori. Nonostante il carattere preliminare di questo lavoro, i dati sono serviti per identificare in primis cosa deve essere inteso come rifiuto all’interno di una azienda vivaistica ed in seguito ad analizzarne le quantità prodotte, fornendo una panoramica dell’argomento sufficientemente chiara e completa.


Uno sguardo alternativo alla realtà produttiva pistoiese. I risultati di un recente lavoro di ricerca

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