Agricoltura e biodiversità: una convivenza possibile

L'espansione delle superfici coltivate in relazione diretta con la perdita di specie. Alcune strategie di contrasto al fenomeno risultano particolarmente efficienti
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L’espansione delle aree agricole a scapito degli habitat naturali come foreste, praterie e zone umide è l’effetto diretto dell’incremento della domanda alimentare, di mangimi, di fibre tessili e di bioenergia. Due tra gli esempi più significativi sono rappresentati dalla coltivazione della canna da zucchero in Brasile e del mais negli Stati Uniti.

La conservazione della biodiversità è uno dei punti cardine delle politiche comunitarie e la EU’s Biodiversity Strategy for 2030 è lo strumento grazie al quale vengono messe in atto diverse strategie a tutele degli ecosistemi terrestri.

Le risposte alla perdita di biodiversità devono essere precise e calate in tutti gli specifici contesti che richiedono ognuno una valutazione mirata. L’azione di conservazione e ripristino deve necessariamente partire dagli ambienti e dalle specie più a rischio. Perché ciò avvenga è fondamentale che le scelte politiche siano guidate da un rigoroso processo decisionale che fonda le sue radici nella conoscenza scientifica del fenomeno e delle metodologie applicabili.

La ricerca. Un gruppo di scienziati dell’Università di Bristol ha analizzato l’impatto di una ipotetica espansione agricola su quasi 20.000 specie, nel quadro di una diversificazione degli scenari possibili.

In uno scenario di progressione dell’attuale trend, l’espansione dell’attività agricola determinerà un declino grave e diffuso della biodiversità. Alcune specie usciranno avvantaggiate da questa situazione, come ad esempio le specie di uccelli che usano frequentare i campi coltivati, ma si tratta di una esigua minoranza sul totale dei vertebrati che rientrano nell’analisi. I ricercatori prevedono che per far fronte alla crescente domanda, i terreni agricoli aumenteranno su un periodo di 40 anni (2010-2050) del 26% (più di 3 milioni di km2). Gli incrementi più consistenti interesseranno le aree dell’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, mentre l’America centrale e meridionale vedranno l’emergere di un fenomeno simile ma più contenuto. Gli aumenti sono dovuti alle previsioni di un incremento della domanda derivato da una transizione verso diete con un maggior peso calorico e dall’aumento demografico, non correlato ad un aumento delle rese agricole.

In Europa la tendenza è invece invertita: il tasso di crescita demografico è più basso, la dieta della popolazione sta andando sempre di più verso la direzione della sostenibilità e gli investimenti tecnologici permetteranno rese più elevate in agricoltura. Questa serie di fattori porterà a una diminuzione delle superfici coltivate, in controtendenza rispetto alla situazione globale.

Lo studio suggerisce che l'espansione agricola avrà un impatto negativo sull'87,7% (17.409) delle specie analizzate entro il 2050. Prima di questa data, 1.280 specie perderanno almeno il 25% del loro habitat, il 76,5% delle quali al momento non risulta nemmeno minacciata a livello globale.

Questa massiccia perdita di habitat potrebbe portare a estinzioni regionali o addirittura globali. Il fatto che un gran numero di queste specie non risulti al momento minacciato significa che la loro vulnerabilità potrebbe non essere rilevata fino a che questa non risulti in uno stadio particolarmente avanzato e non facilmente reversibile.

Per comprendere se le politiche messe in atto possano realmente contrastare questi cambiamenti globali, i ricercatori hanno confrontato diversi scenari che si differenziano per 4 sostanziali modifiche ai sistemi alimentari:

  • Aumento globale delle rese;
  • Transizione verso diete sostenibili;
  • Dimezzamento dello spreco di cibo;
  • Pianificazione dell’uso del suolo.

I risultati. Oltre a un "approccio combinato" in cui vengono implementate tutte e quattro le modifiche, i ricercatori hanno modellato gli impatti relativi di ciascun scenario singolarmente.

Nella combinazione delle 4 strategie, i terreni coltivati ​​globali diminuiscono effettivamente di quasi 3,4 milioni di km2 entro il 2050 rispetto al 2010. Tutte le regioni registrano perdite di habitat medie particolarmente basse (inferiori all’1%), con vantaggi particolari nell'Africa subsahariana. A livello globale, in questo scenario, si prevede che solo 33 specie perderanno più del 25% del loro habitat. Tuttavia, la maggior parte delle specie (81,6%) evidenzia comunque una certa perdita di habitat, suggerendo che le misure di conservazione convenzionali continueranno a essere vitali per la protezione della biodiversità.

A livello singolo, i vari approcci hanno mostrato delle variazioni a livello regionale. Com’era facile ipotizzare l’aumento delle rese genererà miglioramenti soprattutto nelle aree più povere mentre la spinta verso una maggior sostenibilità della dieta farà emergere performance migliori nei paesi più sviluppati.

La perdita delle biodiversità è un argomento centrale delle politiche europee così come della discussione scientifica, poiché è uno dei fenomeni chiave per la comprensione degli effetti dei cambiamenti globali. Migliorare la nostra conoscenza nei confronti di tali questioni è di vitale importanza per mettere in atto le corrette strategie di contrasto e di adattamento nei confronti di un pianeta che cambia, a una velocità che stiamo ancora probabilmente sottovalutando.

 

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