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Abolizione delle Province: cosa ne sarà della pianificazione territoriale?

La crisi politica e prima ancora la disunione e il conflitto tra gruppi sociali e singoli individui che affliggono il nostro Paese hanno trovato nello slogan “aboliamo le Province” una soluzione a portata di mano alla quale viene attribuito il potere di risolvere tutti problemi.  Com’è ovvio, con gli slogan non si governa: eppure anche a fronte della sentenza della Corte Costituzionale n. 220/2013 che, nel dichiarare l’illegittimità delle norme che introducono riforme istituzionali all’interno di provvedimenti urgenti di contenimento della spesa, invitava chiaramente le forze politiche ad affrontare il problema del riordino dell’Amministrazione Pubblica con la dovuta ponderatezza e visione d’insieme, si è voluto assumere la scelta radicale – certamente affrettata – di cancellare un livello di governo del territorio, senza valutarne le conseguenze.

Crescita, sviluppo e manutenzione. Si deve constatare che la pianificazione del territorio è un tema sempre più lontano dalle agende politiche di tutti i partiti, che sono sovraccariche di impegni giornalieri ma nelle quali non sembrano trovare spazio le prospettive di medio e lungo termine. Eppure tutti affermano che l’Italia deve ritrovare le sue strade verso la crescita e lo sviluppo, e queste strade sono spesso identificate nella cura e nella manutenzione del territorio, nel rilancio di un’economia verde legata al riuso agricolo del suolo, nel risanamento idrogeologico, nella valorizzazione dei beni artistici e culturali che non sono presenti solo nelle grandi città, ma in tutti gli angoli, anche i più remoti, del nostro Paese.

Scelte strategiche, operative e pianificazione. Come avviene in tutti i Paesi più evoluti dell’Unione Europea, per governare efficacemente il territorio a livello locale e conseguire risultati duraturi per il suo sviluppo, sono necessari tre livelli di piano, tra loro correlati:

  1. alla scala maggiore devono essere indicate le scelte strategiche di sviluppo economico, coerenti con le peculiarità del sistema-paese, e gli strumenti per conseguirle, nel rispetto delle caratteristiche e delle vocazioni che il territorio esprime;
  2. alla scala di maggior dettaglio, quella della operatività dei singoli soggetti, devono essere fornite quelle poche regole essenziali che consentono di attuare in tempi rapidi gli interventi, regole definite sulla base di un disegno d’insieme, strutturale, che garantisce la coerenza del singolo intervento con l’interesse collettivo;
  3. alla scala intermedia, che raccorda le altre due, deve essere espresso un progetto di territorio articolato per grandi aree omogenee, e quindi condiviso con le comunità locali e i soggetti interessati, nel quale trovino una sintesi le indicazioni dei diversi piani di settore, e che sia quindi in grado di stabilire le linee di sviluppo del territorio in una prospettiva di medio e lungo periodo.

Negli ultimi 15 anni le Province italiane hanno prodotto i loro PTCP, realizzando questo livello intermedio di pianificazione, ed hanno fornito il loro fondamentale contributo a dare coerenza al sistema della pianificazione italiana. Forse tale contributo a volte non è stato compreso o è rimasto inascoltato; si deve anche osservare che spesso i soggetti incaricati della pianificazione nei tre diversi livelli, anziché collaborare ed attuare il principio costituzionale della sussidiarietà, hanno assunto posizioni conflittuali o competitive, rifiutando di offrire al Paese quella necessaria innovazione in senso cooperativo che garantisce di competere con successo a scala continentale e planetaria.

La pianificazione territoriale. Problemi di gestione. Più spesso però le accuse di inefficienza e di eccessiva burocrazia nella pianificazione del territorio sono giunte da soggetti che non sopportano il rispetto delle regole che tutelano l’interesse collettivo, prioritariamente a quello dei singoli, e non accettano di rendere coerente il proprio progetto con quello che disegna il futuro dell’intero territorio e delle sue articolazioni in ambiti omogenei. La giusta esigenza di una riforma degli apparati pubblici per consentire maggiore efficienza e minori costi non deve essere confusa con le pretese di chi vuole soltanto meno pianificazione, e amministrazioni locali indebolite e incapaci di proporre un disegno complessivo per lo sviluppo equilibrato, sostenibile e durevole del territorio. L’individuazione di nuovi soggetti istituzionali all’interno del sistema della pianificazione territoriale, come le Unioni dei Comuni e le dieci Città metropolitane può essere una positiva innovazione che da una parte fa emergere nuovi fenomeni aggregativi sia socio-economici sia territoriali, e dall’altra consente di agevolare i processi di integrazione europea, con particolare riguardo al programma “Europa 2020”, il cui avvio è ormai imminente. Occorre osservare che se le Città metropolitane saranno un soggetto idoneo a realizzare la pianificazione del livello intermedio e ad assumere anche funzioni del livello superiore, alle Unioni dei Comuni non potrà essere affidata la pianificazione di area vasta e risulta difficile comprendere l’istituzione di nuovi soggetti comprensoriali cui affidare la pianificazione degli Ambiti omogenei, quando si intende ridurre e non aumentare il numero complessivo dei soggetti con il potere di pianificare il territorio.

Strategie di sviluppo oltre il territorio. Occorre anche affrontare il problema della disomogeneità delle Regioni ed anche della necessità di ricomporre in un quadro nazionale le diverse impostazioni normative in materia di pianificazione territoriale e urbanistica. Se da un lato, soprattutto all'inizio, le diverse leggi regionali sono state un buon terreno di sperimentazione in materia urbanistica ed ambientale, dall'altro la proliferazione di norme ha prodotto un’eccessiva frammentazione, riscontrabile anche in territori piuttosto omogenei, e questo non ha favorito un governo equilibrato e sostenibile del territorio.
Sulla base dei temi sopra delineati, riteniamo necessario:

  1. rappresentare in tutte le sedi nazionali e locali l’esigenza che la riforma istituzionale che coinvolge le Province e gli altri Enti locali sia attuata senza mettere a rischio la coerenza del sistema di governo del territorio che può essere garantita solo attraverso l’articolazione dei piani su tre livelli;
  2. riconoscere che i PTC provinciali devono proseguire senza soluzioni di continuità a svolgere la funzione di raccordo tra la pianificazione attuativa comunale e la pianificazione strategica regionale, e devono diventare la base costitutiva dei nuovi Piani delle Città metropolitane;
  3. promuovere nelle sedi di elaborazione culturale e di ricerca e attraverso i sistemi di diffusione delle informazioni le opportune iniziative per fare emergere il tema della pianificazione di livello intermedio come argomento centrale e ineludibile non solo per la ripresa economica ma anche per la rinascita culturale e civile del nostro Paese;

Quindi in conclusione è necessario dare sostanza ad una strategia di sviluppo articolata per territori e che veda nelle identità territoriali locali storicamente riconosciute i soggetti attuatori delle azioni e delle attività pubbliche e private necessarie per un rinnovato sviluppo socio-economico.


La cancellazione di questi enti porterebbe a un'immediata carenza organizzativa nella gestione del territorio. L'Italia sembra non essere pronta

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