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La relazione tra rendimento agricolo e biodiversità

Esiste un’importante relazione tra l'aumento della produzione agricola e la protezione della biodiversità. Un nuovo studio confronta gli effetti delle politiche agroambientali (AES – Agri-environmental schemes) di conservazione della biodiversità con la fornitura di servizi ecosistemici, dimostrando come la definizione di un obiettivo chiaro per questi strumenti ne possa considerevolmente aumentare l’efficienza.
Da anni l’Unione Europea ha attuato una considerevole varietà di misure per contrastare il fenomeno della diminuzione della biodiversità nei terreni agricoli, anche se, come principio generale si basano tutte sulla riduzione dell’intensità di gestione.

Un esempio pratico è rappresentato dall’invito a una riduzione dell'uso degli agrofarmaci al fine di garantire dei benefici per la fauna selvatica.Queste politiche sono anche orientate alla promozione della coltura estensiva a discapito di quella più intensiva, al fine di limitare le pratiche di gestione più spinte.
È emerso come un’eventuale riduzione della produttività in determinate aree potrebbe portare ad un aumento della pressione sui altri terreni agricoli diversamente gestiti, causando impatti negativi non intenzionali sulla biodiversità.

Razionalizzare le politiche di gestione. Un gruppo di ricerca suggerisce come l’azione AES possa essere divisa in modo più razionale andando a considerare la conservazione della biodiversità, ma anche attivarsi per una tutela dei servizi ecosistemici.
Un programma di conservazione della biodiversità potrebbe includere un’azione di protezione dell’habitat per le specie di interesse (connettendo quindi ad esempio la protezione degli uccelli che abitano le aree coltivate, alla salvaguardia delle stesse aziende che praticano l’agricoltura in quella zona).

Seguendo la stessa linea, un’azione di protezione dei servizi ecosistemici potrebbe andare a insistere su obiettivi più generali relativi ad esempio al miglioramento della qualità dell’acqua, al monitoraggio delle popolazioni di insetti, alla creazione di vegetation strip per favorire l’attività degli impollinatori.
Molti schemi esistenti non sono facilmente classificabili: azioni diverse potrebbero avere effetti sinergici anche se ancora manca una conoscenza approfondita di questa situazione.

Come regola generale, gli schemi di conservazione della biodiversità sono incentrati sulle specie rare, e sono applicabili su larga scala. Questo serve per garantire che la distribuzione irregolare della specie sia coperta adeguatamente, massimizzando il successo della conservazione. I fornitori di servizi ecosistemici locali, come ad esempio i nemici naturali di determinati parassiti, invece, devono essere protetti su scala più piccola.
L’obiettivo di questa nuova ricerca è fornire un quadro illustrativo su come i diversi programmi di conservazione della biodiversità o per il mantenimento dei servizi ecosistemici potrebbero essere modellati in funzione delle esigenze specifiche del paesaggio agricolo in questione.

Il legame tra ecosistema e gestione del territorio. Per semplicità, i ricercatori hanno fatto diverse ipotesi.
Ad esempio: l’aumento di fornitura di servizi ecosistemici è direttamente connesso a una diminuzione dell’intensità di gestione; la fornitura di tali servizi fa affidamento sulla biodiversità; l’aumento delle popolazioni delle specie oggetto di conservazione deriva dalla protezione delle terre non coltivate.
Per quanto riguarda la maggior parte delle specie di interesse (ad eccezione di alcuni uccelli delle aree agricole) non è possibile stabilire popolazioni vitali al di fuori del loro habitat principale, ad es. in terreni agricoli coltivati. Si richiedono quindi di conseguenza degli schemi dedicati di sia di conservazione della biodiversità che dell’habitat. Si ipotizza che la fornitura di servizi ecosistemici sia influenzata dall’intensità di gestione e che quindi, andare a intervenire su questo aspetto, generi una risposta a cascata anche per la biodiversità.
I benefici dei servizi ecosistemici come l’impollinazione e il controllo dei parassiti, dovrebbero apportare miglioramenti nella produttività agricola.
I ricercatori hanno incrociato dati andando a cercare una presunta relazione tra le aree gestite con schemi di protezione della biodiversità e intensità di gestione, insieme a diverse variabili terze: numero di specie di interesse, densità delle specie che forniscono servizi ecosistemici e resa per ettaro.
 
Le conclusioni della ricerca. L'analisi ottiene una "frontiera d’efficienza" tra biodiversità e produzione agricola, mostrando il numero massimo di specie con problemi di conservazione che sarebbe possibile raggiungere in due tipi di  paesaggio agricolo: uno fortemente gestito con alta produttività e uno con bassa produttività.
I massimi benefici in termini di biodiversità sono stati conseguiti, come ci si attendeva, massimizzando l’efficienza sia dei programmi di gestione della biodiversità sia quelli della protezione dell’habitat. Con rese più elevate, progressivamente il numero di specie presenti diminuisce.
Se a una determinata zona rurale vengono richiesti rendimenti maggiori, i ricercatori raccomandano di dare la priorità al mantenimento dei servizi ecosistemici, capaci di generare a cascata benefici per tutte le specie.
L'analisi mostra che per mantenere la biodiversità ai massimi livelli, cercando una massimizzazione delle rese, si deve efficacemente cercare di aumentare la fornitura di servizi ecosistemici, che, conseguentemente, consentirebbe un minor innalzamento dell’intensità di gestione.
I ricercatori raccomandano inoltre che in futuro, gli schemi di protezione ambientale potrebbero essere orientati in modo più efficiente sia alla biodiversità che ai servizi ecosistemici riferendosi più specificatamente al contesto paesaggistico e tenendo conto dei trade-off con la produttività agricola.
 

Una nuova indagine sul ruolo delle politiche agricole europee per la gestione delle aree coltivate

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