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L'invadente Robinia pseudoacacia e gli errori di pianificazione

Non si pensi ad uno sconfinamento nella zoologia: “black locust” (“cavalletta nera”) è il nome volgare che, nel Regno Unito, si dà alla robinia (o acacia, o gaggìa). Una pianta che vede entusiasti estimatori e duri detrattori. Vediamo di trattare l’argomento con equilibrio e correttezza.
 
La robinia (Robinia pseudacacia) è una specie originaria degli Stati Uniti nordorientali, introdotta in Francia da Jean Robin all’inizio del 1600, e in seguito diffusa ampiamente in Europa come pianta ornamentale. Venne poi utilizzata come consolidatrice di aree più o meno acclivi, poco vegetate, su spallette stradali e ferroviarie, e pure disposta a delimitare campi coltivati e poderi. Agli innegabili pregi di questa specie si contrappongono numerosi aspetti problematici.
 
I pregi. Indubbiamente la robinia possiede un apparato radicale molto esteso ed un’efficiente propagazione per stoloni, è rustica e frugale, a rapido accrescimento, idonea ad allignare su diversi substrati; giovani tronchi e rami sono resistenti ed elastici e risultano utili per molti usi; il legno è poco infiammabile e ben combustibile; dai nettàri dei fiori le api ottengono un ottimo miele, fluido e ben digeribile. Ultimo aspetto positivo: trattandosi di una leguminosa, nelle radici si instaurano simbiosi con batteri azotofissatori, per cui si creano le premesse per un arricchimento del substrato in composti inorganici azotati.
 
Aspetti negativi. L’apparato radicale è molto espanso superficialmente ma non si estende  granché in profondità, quindi su terreni argillosi in pendìo il consolidamento non è ideale.
Se gli esemplari vengono ceduati, risvegliano in breve tempo una miriade di gemme dormienti a pochi centimetri di profondità, nelle radici superficiali e negli stoloni, per cui da un'unica pianta si ottiene un boschetto vero e proprio, composto da decine di fusti ravvicinatissimi; si consideri pure che i rami sono provvisti di tante coppie di robuste spine (si tratta di stìpole trasformate): si può tranquillamente concludere che un’area che ospiti robinie ceduate sarà percorribile con estrema difficoltà: la piaga degli incendi boschivi impone di garantire la transitabilità dei siti, sia che si debba andare a lottare contro il fuoco sia che occorra fuggire di fronte all’avanzata delle fiamme.
La ceduazione, in Italia, è la regola: l’invadenza della specie diviene tale che possono scomparire interi boschi in àmbito collinare e submontano per far posto ad una boscaglia spinosa pressoché impenetrabile (non per nulla gli inglesi chiamano la robinia “black locust”). Spesso, poi, l’arricchimento del terreno in azoto va a vantaggio di piante infestanti come rovi e vitalbe, ed il loro estendersi sotto le spinose robinie determina l’assoluta intransitabilità dei siti.
La specie è e rimane un’esotica per cui i funghi della nostra flora non riescono a stabilire simbiosi con il suo apparato radicale: in un castagneto in cui arrivi la robinia porcini, ovuli (e pure le castagne) scompaiono. Ultimo aspetto negativo: il polline è allergogeno e può dare manifestazioni d’intolleranza anche gravi (per fortuna in pochi soggetti particolarmente predisposti).

L’entusiasmo destato dalla robinia in alcuni pianificatori territoriali del passato è ben evidenziato da una frase del Banti: “Uno sguardo alla distribuzione attuale della Robinia pseudacacia mostra i Robinieti come una marea che, salendo dalla valle del Po, si frange contro le pendici montane”. Assai più concreto il Ferrario che, constatatane l’invadenza, già nel 1881 ne richiedeva la coltivazione in piantagioni specializzate (per ottenere paleria) auspicando che ne venisse proibita per legge la diffusione lungo le strade e le siepi ai margini dei campi.
Un suggerimento finale? Occorrono un’attenta ponderazione e una disamina rigorosa delle caratteristiche dei luoghi e delle comunità vegetali esistenti prima di decidere l’impiego della specie, che, comunque, deve avvenire in aree strettamente localizzate.

La pianta unisce alcuni pregi, tra cui quello ornamentali, a numerosi difetti. Primo tra tutti, la sua capacità invasiva

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