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I sistemi di classificazione e i suoi limiti

Lo studioso dell’ambiente, per una sua esigenza di disporre in modo ordinato i risultati delle proprie indagini sul territorio, di fronte alla complessità degli elementi che compongono la natura (si tratti di animali, vegetali, rocce, minerali, fossili, fenomeni meteorologici, climi, eruzioni vulcaniche, terremoti, corpi celesti), ha sempre preteso di “inscatolare” una realtà oltremodo complessa entro schemi rigidi, prefissati. I risultati sono stati a volte accettabili, a volte decisamente deficitari.

Si potrà pensare che quanto meno le grandi categorie di esseri viventi non si prestino ad interpretazioni dubbie ma dall’infinitamente piccolo al grande, l’insidia (e lo sberleffo all’indirizzo dei risultati) sono spesso incombenti e dovrebbero indurre lo studioso a circospezione ed attenta ponderazione prima di proporre al mondo scientifico una sintesi conclusiva.

Piccoli esempi, grandi dispute. Tra i “procarioti”, sembra che quelli che respirano siano nettamente distinti da quelli che traggono energia dalle fermentazioni. Ebbene, tanto per fare un esempio, l’infernale batterio Pseudomonas aeruginosa in presenza di ossigeno lo sfrutta per demolire le molecole degli zuccheri (di fatto respira), in assenza del prezioso gas attiva un corredo enzimatico differente e ricava energia da una fermentazione (trattandosi di un batterio patogeno, per di più resistente a quasi tutti gli antibiotici, si può immaginare quale problema possa costituire per l’uomo).

Tra gli unicellulari “eucarioti” è classico l’esempio delle specie appartenenti al genere Euglena; se le disputano zoologi e botanici: di fatto questi esserini fanno cadere in difetto la distinzione tra animali e vegetali. L’euglena possiede uno “stigma”, organulo fotocettore, sensibile alle sorgenti luminose (è questa una caratteristica di cui si avvalgono gli zoologi per inserire le euglene tra i protozoi); in effetti la cellulina tende a dirigersi verso la luce, essendo provvista di due flagelli (solo uno bene sviluppato). Sì, però, una volta giunta in prossimità della sorgente luminosa, l’euglena inizia a svolgere la fotosintesi clorofilliana e di questa prerogativa si avvalgono i botanici per ascriverla al regno vegetale. Non mancano esempi in numerosi altri campi ma il discorso, se ampliato, ci porterebbe fuori tema.

La vegetazione nei piani orizzontali e altitudinali. Con le dovute riserve in merito alla ripartizione di una realtà complessa nelle caselle di uno schema rigido, accenniamo alla distribuzione altitudinale della vegetazione. A grandi linee i discorsi possono (e anzi devono) essere accettati; va però tenuto presente che numerose sono le eccezioni, legate alla presenza di fattori microtopografici e microclimatici peculiari. Allo scopo di presentare al lettore una sintesi ordinata, anche chi scrive inserirà le varie fitocenosi in uno schema di base, sottintendendo sempre che un’aderenza precisa delle componenti vegetali degli ecosistemi alle caselle che compongono il quadro d’insieme non è ipotizzabile.

Nel nostro Paese lo studio della distribuzione altimetrica delle comunità vegetali ha indotto a distinguere tre piani altitudinali:

1)    Piano basale, dal livello del mare a circa 900 metri (più in quota nel Sud e in provincia d’Imperia).

2)    Piano montano (da circa 900 metri a circa 2000 metri).

3)    Piano cacuminale (dal latino “cacumen”, che significa “sommità”), oltre 2000 metri.

Altri studiosi preferiscono invece distinguere, oltre ai piani basale e montano, un piano subalpino ed uno alpino.

In ogni piano sono stati distinti diversi aggruppamenti di fitocenosi cui è stato dato il termine di “orizzonti”.

Il piano basale comprende tre orizzonti (inferiore, intermedio e superiore):

1)    Orizzonte delle alofite costiere.

2)    Orizzonte delle sclerofille sempreverdi mediterranee.

3)    Orizzonte delle latifoglie termofile.

Il piano montano è stato suddiviso in due orizzonti (inferiore e superiore):

1)    Orizzonte delle latifoglie a riposo invernale (caducifoglie).

2)    Orizzonte delle aghifoglie mesofile e ipsofile (rispettivamente amanti di condizioni medie di temperatura, umidità e luce, oppure richiedenti un clima decisamente rigido).

Chi distingue un piano subalpino e uno alpino inserisce nel primo l’orizzonte degli arbusti contorti (rododendri e mirtilli, essenzialmente), nel secondo le fitocenosi erbacee delle quote più elevate fino ai popolamenti di piante pioniere d’alta quota, proprie di rupi, ghiaioni, pietraie, per terminare con il cosiddetto “deserto nivale”.

Le difficoltà di inserire gli esseri viventi dentro un sistema rigido di nomenclatura

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