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La severa vita sui ghiaioni di alta quota

Nel risalire un ghiaione alpino, chi scrive ha potuto rendersi perfettamente conto di quanto sia mobile questo tipo di substrato: alcune centinaia di metri più in alto del punto in cui si trovava (un ghiaione ripidissimo, insinuato in una stretta gola delle Alpi Liguri), ha sentito, di colpo, un rombo prolungato, simile ma ben più rumoroso di quello che il mare infuriato provoca su una spiaggia ciottolosa quando l’onda si ritrae: tutta la parte più elevata aveva perso stabilità e stava scendendo rovinosamente in basso. Trasformatosi in centometrista, chi scrive si era messo in salvo su una rupe contigua.
In meno di un minuto il ghiaione si era nuovamente stabilizzato: risalendo, davanti agli occhi un caotico insieme di pietre smosse e di piantine sradicate.

Possiamo facilmente capire quanto gravi siano i problemi che un ambiente di questo genere pone ai vegetali. A un habitat in equilibrio precario le piante colonizzatrici oppongono due diverse strategie: quelle fortemente cespitose (ad esempio l’Adenostyles leucophylla), tendono a resistere alle perdite di stabilità del pietrame: vengono definite “litofite consolidatrici”. Altre, invece, reagiscono differenziando una rete di stoloni o polloni striscianti che si prolungano sotto lo strato superficiale di sassi fino a raggiungere la luce, per poi sviluppare nuovi getti subaerei; se i ciottoli si spostano di nuovo il lavorìo riprende pronto ad una nuova fase di espansione della periferia del vegetale. Queste piante, assai più delicate delle “consolidatrici”, vengono definite “litofite migratrici” (ad esempio una piccola graminacea, il Trisetum distichophyllum).

In un ghiaione, sotto le pietre superficiali si estendono ciottoli di minori dimensioni e, più internamente, pietrisco e terreno a grana grossolana. Sui ghiaioni calcarei la vita è severissima per i vegetali pionieri: le scarse soluzioni circolanti sono ricche di carbonato di calcio, che, in forti dosi, è tossico per la maggioranza dei vegetali; l’humus è quasi assente, l’aridità accentuata, anche se il colore chiaro delle pietre riflette in buona misura i raggi solari: la temperatura superficiale è meno elevata, ad esempio, di quella di un prato contiguo. In superficie i ghiaioni silicei si scaldano maggiormente dato che il colore del pietrame è più scuro; il pH a livello del substrato è minore, le soluzioni circolanti contengono molti ioni di metalli pesanti; la colonizzazione, comunque, a parità di altri fattori, procede con maggiore rapidità e, col tempo, si verifica un’infiltrazione di specie dei prati d’altitudine.

Un problema che riguarda tutti i ghiaioni d’alta quota è la brevità del periodo in cui il suolo rimane sgombro dalla neve (specie dove siano scese valanghe e slavine); non siamo al livello delle vallette nivali ma le difficoltà sussistono: il ciclo vegetativo e riproduttivo deve essere accelerato.
Una peculiarità strabiliante delle piante proprie di questi habitat è la sproporzione tra le dimensioni della parte subaerea, spesso alta pochi centimetri e quella dell’apparato radicale, incredibilmente espanso: in un Thlaspi rotundifolium (foto), ad esempio, considerate tutte le diramazioni delle radici, compresi pure i peli radicali, microscopici o quasi, lo sviluppo complessivo è di chilometri, pur se la profondità raggiunta è di poco superiore al metro.
A titolo di curiosità, una pianta che popola ghiaioni e pietraie dovrebbe fregiarsi del primato di maggiore altezza raggiunta sulle Alpi: è il Ranunculus glacialis (foto), non in Italia ma nelle Alpi Svizzere: 2-3 metri sotto la vetta del Finsterarhorn (4275 metri sul mare), ne sono stati rinvenuti alcuni esemplari fioriti.
 

I vegetali pionieri hanno poche soluzioni per vivere in ambienti calcarei e con scarso humus. Gli esempi, però, ci sono.

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