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Giardini terapeutici, un aiuto per la medicina

È stato pubblicato sulla prestigiosa rivista medico-scientifica “The Lancet-Neurology” un articolo che fa il punto su ricerca e pratica dei giardini progettati a scopo terapeutico: “Gardens that take care of us”, a firma di Adrian Burton.

L’autore, biologo, ricercatore e divulgatore scientifico inglese, si sofferma sull’importanza della presenza di giardini negli ospedali e nelle strutture sanitarie e di come essi possano influire positivamente sul benessere psicofisico dei pazienti e sui processi di guarigione, citando numerosi esempi, studi ed esperienze.
In particolare, Burton descrive giardini progettati per pazienti con esigenze specifiche realizzati in particolare negli Stati Uniti e, citando gli studi di Clare Cooper Marcus (University of California, Berkeley), si sofferma sull’importanza di come la progettazione di giardini nelle strutture Alzheimer debba tenere presente le alterazioni nella percezione spazio-temporale di questi pazienti e di come sia fondamentale che anche gli spazi esterni contribuiscano a ridurre e contenere le fonti di stress, a compensare la difficoltà di orientamento spazio-temporali, a rallentare il declino delle capacità cognitive e funzionali e a stimolare la memoria remota dei pazienti, consentendo loro di svolgere attività come coltivare l’orto, occuparsi dei fiori, incontrare forme e suoni familiari, passeggiare nel giardino in sicurezza aiutati da punti di riferimento e percorsi non ambigui.

È ormai noto come questi accorgimenti abbiano una grande importanza nel migliorare la qualità di vita di questi malati, anche se attualmente l’esito finale della malattia non è modificabile.
Diverso può essere, invece, lo scopo finale di un giardino terapeutico per pazienti con alterazioni neurologiche di altro tipo, cioè proprio quello di produrre effetti curativi, valutabili e misurabili nel corso della malattia e di aiutarli a raggiungere obiettivi terapeutici specifici.
Il caso portato ad esempio da Teresia Hazen (Therapeutic Garden Program, Legacy Health, Portland) è il Rehabilitation Institute of Oregon, in cui dal 1997 il giardino viene usato nei programmi di riabilitazione da ictus. Fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti sfruttano le strutture e i materiali presenti nel giardino appositamente progettato per il recupero della mobilità, dell’equilibrio, della coordinazione e della forza, mentre le attività pratiche e di osservazione aiutano nel recupero dell’attenzione, della comunicazione, delle strategie adattative e della capacità di risolvere problemi.

Negli Stati Uniti sono diffusi anche giardini progettati per aiutare i soldati colpiti da disturbo post-traumatico da stress, lesioni cerebrali traumatiche, problemi psicologici ed emozionali. L’autore riporta alcuni esempi, descritti da Naomi Sachs (Texas A&M University College of Architecture), di strutture in cui si realizzano con successo programmi  di riabilitazione per questi pazienti come il Warrior and Family Support Center Therapeutic Garden at Returning Heroes Home in San Antonio, il Salem Veterans Administration Medical Center, l’East Orange Campus of the Department of Veterans Affairs.
Burton cita, poi,Stephen Mitrione, architetto paesaggista e medico, che sottolinea il grande contributo che  la evidence-based care in medicina ha dato al design degli spazi aperti, incrementando l’adozione degli stessi principi che guidano la creazione di ambienti di supporto in grado di velocizzare i processi di guarigione. L’autore infine si sofferma sull’importanza fondamentale attribuita da Roger Urlich (Center for Healthcare Architecture, Chalmers University of Technology, Gothenburg) alla progettazione condivisa e partecipata da diverse professionalità volta ad assicurare la realizzazione di giardini capaci di ottenere gli scopi terapeutici prefissi, supportando le specifiche esigenze dei pazienti e di coloro che se ne prendono cura.

La riflessione finale riguarda i costi di realizzazione e manutenzione di un giardino terapeutico, argomento a cui amministratori e managers ospedalieri sono particolarmente sensibili. Da qui la necessità di incrementare studi e ricerche sull’effettiva efficacia terapeutica dei giardini e sulle ricadute economiche e di immagine per le strutture stesse.
Da sottolineare in conclusione non tanto la novità dell’argomento o gli esempi citati nell’articolo, probabilmente non tutti nuovi per chi studia o progetta giardini con finalità terapeutiche, quanto l’importanza di questa pubblicazione su una delle riviste a carattere medico-scientifico più accreditate a livello internazionale.

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