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Beloeil, Felicità e dolcezza di un giardino

La piccola Versailles. A pochi chilometri dal confine francese, non lontano dall’aeroporto di Charleroi, sorge forse il più bel giardino storico della Vallonia, la parte del Belgio di lingua francese, definito anche la “Piccola Versailles”: Beloeil. Succeduta ai Condé, la famiglia dei Ligne fu fin dal 1300 proprietaria della tenuta, con il suo massiccio castello medievale poi trasformato in residenza gentilizia barocca con grandi ali laterali e amplissimo parco di caccia, frutto di ben dieci generazioni di Ligne (1520-1780). Dall’alto oggi si può vedere un imponente agglomerato di edifici circondato da un sinuoso fossato che poi si sviluppa in una serie di “stanze” fatte di prati, boschi e acqua. Tutto il complesso è molto disegnato, così come la campagna circostante, curatissima e ben tenuta.

Un paesaggio incantato. Se mai entrerete dentro Beloeil, preparatevi a una esperienza di paesaggio stupefacente: la grandiosità dei giardini e del parco, dovuti in gran parte all’opera di Claude Lamoral II de Ligne e dell’architetto Chevrotet (a metà del ‘700), vi fa entrare in un sortilegio, come uscito da una novella dei Fratelli Grimm e di Perrault, quella della Bella Addormentata. Il titolo originale era La belle au bois dormant, cioé addormentato era il bosco e non la fanciulla; e infatti, addentrandosi in Beloeil, sembra di entrare in una corte reale, in cui giardini e boschi sono stati magicamente fermati e cristallizzati nel tempo. Passeggiare nel grande Anfiteatro Verde (Vertugadin), attraversare le stanze verdi fatte di verzura o di bacini d’acqua e arrivare alla prospettiva quasi infinita (Grande Vue) che dal castello si apre sul bacino e prosegue per chilometri dentro boschi e campi, danno la continua impressione di essere fuori dal tempo e non vi stupireste affatto di scorgere un principe sul suo cavallo o una festa barocca con parrucche e crinoline.

Sintesi tra giardino francese e inglese. La vivida impressione di Beloeil è quella di un giardino non-finito abbandonato all’improvviso per qualche accadimento imprevisto. Qualcosa del genere in effetti avvenne alla fine del ‘700, quando Charles-Joseph de Ligne (1735-1814), figlio di Claude Lamoral e attivo nel trasformare i giardini fin dal 1766 (morte del padre), dovette lasciare la proprietà per gli sviluppi violenti della Rivoluzione francese, che portò all’occupazione militare di Beloeil e lo costrinsero a rifugiarsi a Vienna. Ma negli anni precedenti Charles-Joseph ebbe modo di sperimentare l’arrivo della nuova filosofia del giardino paesaggistico “all’inglese”, trasformando i viali inghiaiati del parco in grandi prati, ammorbidendo il disegno geometrico dei boschetti di carpino e potati a mo’ di salotti verdi con un sinuoso ruscello, il Rieu d’Amour ispirato a Ovidio, inserendo un piccolo parco inglese con templi e rovine. Ma nella disputa fra i due modelli più in voga, “francese” o “inglese”, de Ligne cerca di trovare una sintesi, stigmatizzando tutti gli eccessi geometrici del primo e le chinoiseries del secondo, affermando con grande modernità: non si devono per forza creare “paesi d’illusione”, ma ogni paese, ogni territorio deve avere il tipo di giardino che più gli si confà, «bisogna saper trarre partito da quello che si possiede».

Felicità e dolcezza degli spazi. Pur invocando la moderazione e il buon gusto, i suoi giardini rimasero famosi per le feste favolose: per il matrimonio del figlio organizzò una finta battaglia travestendo 3.000 contadini da Ussari e Ulani che, immedesimati nel loro ruolo, fecero razzia nelle dispense del castello, oppure quando in omaggio al principe di Condé, proprietario di Chantilly, organizzò una festa notturna nella quale una selva di statue di dee pagane si animò scendendo dai piedistalli e allietando in molti modi i convitati.  Charles-Joseph de Ligne fu certamente un uomo di grande vitalità, «principe azzurro d’Europa», ma di un mondo in declino: davanti a lui scorrevano i fasti della memoria, tumultuosi e frivoli, la magnificenza di Luigi XV, di Francesco I e dello Zar, le delizie del Petit Trianon e le opulente feste di Chantilly, ma anche le rêveries con Rousseau e Voltaire; fu definito da Goethe “l’uomo più felice del secolo”, tanto da dedicargli un Requiem con tale dedica. Di se stesso diceva «Dipende solo da me essere vecchio. Ne ho ben di che. Ma ho detto: non lo sono e mi è riuscito. Mi dico anche: non voglio morire. Non so se mi riuscirà». E del suo giardino, «Voglio che Beloeil rammenti ai posteri la felicità e la dolcezza di cui godo».

Gli elementi essenziali del paesaggio. Al di là delle suggestioni, probabilmente favorite dalla mia visita fatta in pieno agosto, solitaria e un po’ “incosciente” (nel senso che non sapevo niente della storia del giardino), il grande pregio di Beloeil risiede nella sua essenzialità e sotto questo punto di vista è molto moderno e vale bene tutta la fatica spesa per visitarlo, come pure quella per leggersi un libriccino scritto da Charles-Joseph de Ligne e che ci parla di questo luogo e del mondo dei giardini (I giardini di Beloeil, Sellerio Editore, 1985 Palermo).

Qui tutto è struttura e architettura di paesaggio con i loro elementi primari di pura materia paesaggistica: acqua, con fossati, canali e la superficie “assoluta” del bacino davanti al castello; prato, con tappeti che diventano strade o stanze verdi; verzura potata in forme, con elementi architettonici strutturali o decorativi che delimitano e filtrano gli spazi; alberi, che punteggiano gli snodi e riempiono le grandi masse del bosco. Mancano invece quasi del tutto fiori e decorazioni, cosa che, insieme alla struttura verde molto rigida, fa perdere il senso del tempo: non sai più la stagione, l’anno o il secolo in cui ti trovi, caratteristica autentica del vero giardino, «luogo dove l’uomo impara a barare con le leggi della Natura» (Pierre Grimal).

La storia di una tenuta barocca in Vallonia. Spazi aperti ispirati ai modelli inglesi e francesi. E quella sensazione di non-finito

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