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Il verde nelle città che cambiano

Dagli anni ’50 il nostro Paese è stato praticamente travolto da un’esplosione edilizia incontrollata basata, come citava Barbieri nel 1972, su un “arcaico ed esasperato concetto della proprietà privata dei suoli e ispirata alla speculazione edilizia”.
Il risultato è stato la creazione di quartieri iperpopolati che sono l’esatta contrapposizione di quello che dovrebbe essere il vivere civile, privi dei servizi essenziali, di infrastrutture e, per quanto più ci attiene, di aree verdi. Anzi, spesso abbiamo distrutto antichi parchi e giardini senza la creazione, nella gran parte dei casi, di parchi pubblici degni di questo nome. Solo Milano e Torino hanno saputo recuperare aree di dimensioni rilevanti abbandonate dall’industria o sottratte alla folle speculazione per creare aree verdi attrezzate. A Firenze l’unico parco urbano di una certa ampiezza è stato realizzato quasi 150 anni dopo la trasformazione urbanistica del Poggi degli anni intorno al 1865. E la sua realizzazione non è scevra da errori progettuali e da scelta sbagliate riguardo alla componente vegetale.
 
La lacerazione tra il vecchio e nuovo tessuto sociale, economico e urbanistico è raramente avvenuta con progressiva gradualità; nella maggior parte dei casi, invece, ha determinato, nelle varie situazioni, veri e propri traumi con profonde ripercussioni sulle abitudini, sul pensiero e sulla salute dei singoli, come pure sulle aspettative delle collettività.
L’Homo urbanus non ha, infatti, solo distrutto parte del nostro Paese, ma ne ha cambiato i caratteri e, soprattutto, non ha mai tenuto conto del verde nella sua vera veste, cioè quella di tessuto connettivo della città con la quale deve avere uno stretto rapporto per formare le cosiddette infrastrutture verdi dove, insieme alla componente vegetale, convivono la rete stradale, l’edilizia residenziale, i servizi.

È già tardi per correre ai ripari, soprattutto in un paese come il nostro dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli ormai non più accettabili. Secondo quando riportato dall’ultimo rapporto ISPRA il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno (erano circa 70 prima della crisi), con una velocità compresa tra i 6 e i 7 m2 alsecondo. Un consumo di suolo che continua a coprire, quindi, ininterrottamente, notte e giorno, aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade, a causa di nuove infrastrutture, di insediamenti commerciali, produttivi e di servizio e dell’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.000 km2 del nostro territorio, anche se altre fonti parlano addirittura di 23.600 km2.
 
In questo contesto di sviluppo e di modifica del tessuto urbano (sensu lato), la definizione di “verde” è fondamentale, poiché molti ancora riferiscono tale termine ad appezzamenti a prato, di più o meno ampia dimensione, sui quali spiccano studiate aiuole o policrome bordure (concezione eminentemente estetica). La concezione “contemporanea” del verde deve avere invece tutt’altro respiro, riconducibile prevalentemente a due ordini di fattori, seppure in un ambito di manifesta multifunzionalità. Oggi al verde urbano si attribuisce soprattutto finalità di carattere igienico e sociale, strettamente compenetrate e interdipendenti; importanti ambedue, ma delle quali la seconda è probabilmente più determinante.
Per costruire una politica urbana sostenibile inclusiva, dobbiamo tutti svolgere un ruolo attivo di cittadini. Sono le persone che vivono e lavorano nelle nostre città che rappresentano gli attori principali nel renderle più “verdi” -scegliendo di utilizzare i mezzi pubblici, adottando come singoli cittadini politiche di riciclo, proteggendo e risorse idriche, e anche conoscendo e promuovendo la creazione di arre verdi. Questi sono solo alcuni dei modi concreti in cui i cittadini possono contribuire a rendere le nostre economie e le nostre città più sostenibili ed efficienti nell’uso delle risorse, così come più attraenti per vivere e lavorare.
 
Purtroppo in Italia è ancora difficile distinguere fra bene comune e bene del Comune. Non si può pensare che quando c’è carenza di aree verdi, queste siano necessarie perché un bene comune e poi lamentarsi se queste sono gestire in modo non corretto e pensare che questo è esclusivamente responsabilità dell’Amministrazione pubblica perché sono un bene del Comune. La semplice apposizione di una preposizione articolata cambia radicalmente il nostro approccio.
Senza poi contare che, in molti, c’è la tendenza all’accettazione passiva di certe cose, una ignavia di fondo nel cittadino che è inaccettabile, siamo sempre pronti ad arrabbiarci quando ci toccano nel privato, ma poco quando, invece, si danneggia un patrimonio comune come gli alberi o altro.
Qui cito un mio concittadino illustre, Dante Alighieri, il quale considerava gli ignavi neanche meritevoli dell’Inferno e li ha collocati nell’Antinferno perché sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere un’idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte.

Io credo che una politica ambientale, una vera e propria pianificazione del territorio e di ciò che esso dovrà essere fra 50 anni che veda nell’aumento delle superfici a verde e e della percezione dei valori naturali del paesaggio dovrà prevalere sulla forza degli speculatori che sappiamo essere enorme, ma che non salvaguarda il nostro futuro, ma è interessata solo all’arricchimento di pochi nel presente.

Il consumo del suolo in Italia ha raggiunto livelli ormai non più accettabili. In questo contesto occorre aver chiaro il vero significato di verde urbano.

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