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Il pino nero utilizzato per i rimboschimenti: frugalità e tanti problemi

Se c’è una specie che in passato è stata amata in modo particolare dagli esperti del corpo Forestale, questa è il pino nero (Pinus nigra), diffuso a piene mani sia nell’orizzonte delle latifoglie termofile (specie lungo la catena appenninica) sia in quello superiore, cui tra breve accenneremo. Quasi sempre i rimboschimenti hanno riguardato aree prative acclivi, ormai neglette dall’uomo.

Chiamato anche pino austriaco, il pino nero è indubbiamente una specie antica, il cui areale, nel complesso circummediterraneo, è frazionato in territori abbastanza distanti tra loro, occupati da singole razze locali.
Dotato di un’ottima ampiezza ecologica, il pino nero è adattabile a svariati tipi di terreni; possiede però un legno assai resinoso ed è quindi molto infiammabile e combustibile; gli aghi poi risultano tra i più appetiti dalla processionaria del pino, che spesso porta alla defogliazione di interi rimboschimenti.

Del pino nero si sono magnificate in passato le doti di frugalità (giustamente) come pure quelle miglioratrici del suolo (e su ciò vanno espresse pesanti riserve, come dimostra la sorte di antichi rimboschimenti effettuati, soprattutto agli inizi del Novecento, dai forestali austriaci alle Coste di Val Venosta: aggrediti da un parassita specifico che ha spazzato via interi popolamenti, i pini, ad un settantennio circa dagli impianti, scomparendo hanno lasciato un suolo privo di humus, alla mercé del ruscellamento delle acque piovane).

Spesso sull’Appennino cade una neve pesante ed acquosa, che tende a ghiacciare durante le notti, quando le temperature scendono di vari gradi sotto lo zero. Mentre le latifoglie a riposo invernale, per effetto di queste nevicate, tendono a subire stroncature modeste, tronchi e rami dei pini neri sovente si spezzano e i rimboschimenti subiscono danni più o meno gravi.

L’esperienza ha dimostrato che infiammabilità e combustibilità, sensibilità a certe fitopatìe, facilità di stroncature da neve sciroccale, sconsigliano nuovi impianti a base di pini neri; si può pensare alla messa a dimora di latifoglie relativamente rustiche e frugali quali roverelle, carpini neri, ornielli, frassini maggiori, sorbi montani, aceri campestri e così via; l’accrescimento sarà più lento ma i risultati, in tempi medio-lunghi, risulteranno ben più positivi, soprattutto per quanto riguarda l’arricchimento del substrato in humus, l’inserimento armonioso in una serie dinamica normale, la ridotta infiammabilità dei popolamenti, la scarsa sensibilità alle fitopatie.
 

In passato la specie è stata molto utilizzata dal corpo Forestale. Infiammabilità e combustibilità, sensibilità a certe fitopatìe, facilità di stroncature da neve ne hanno limitato la diffusione

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