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Alluvioni, che fare?

In un territorio in notevole misura montagnoso o collinare come quello italiano, è facile affermare che le alluvioni nascono sui rilievi e deflagrano sui fondivalle, spesso urbanizzati al limite dell’assurdo. L’esigenza di sintesi obbliga inevitabilmente ad una trattazione ridotta nei temi e non approfondita.

Ovvio che si debba restituire il massimo spazio possibile agli alvei fluviali, giungendo anche a demolire costruzioni che, demenzialmente, siano state costruite non solo nelle zone golenali ma addirittura nel letto dei corsi d’acqua. Da quarant’anni chi scrive si sgola a dire che sono inevitabili le piene dei fiumi, non le alluvioni, cioè i danni provocati, in occasione delle piene, da un’espansione edilizia dissennata.
Dobbiamo pure rinunciare a diffondere ulteriore cemento ed ulteriore asfalto sulle colline (si ricuperi l’esistente abbandonato e fatiscente in città).

Occorre favorire, in linea di massima, il ritorno del bosco dove oggi abbiamo soltanto prati o, al massimo, prati arbustati; è necessario anche accelerare, secondo i metodi della selvicoltura naturalistica (matricinatura intensiva dove non vi sia necessità di raccogliere legname, conversione graduale altrove), l’evoluzione verso l’alto fusto di tanti boschi sfruttati per secoli e poi abbandonati: non possiamo lasciar fare alla natura, non possiamo permetterci il lusso di attendere i tempi lunghissimi che richiedono i suoi processi evolutivi; ricordiamo che tagliare ripetutamente un’angiosperma arborea equivale a danneggiarne seriamente l’apparato radicale: quest’ultimo è costretto a distruggere le sue riserve di amido (concentrate nelle cellule di parenchima amilifero alla periferia delle radici), per ricostituire la chioma, totalmente eliminata: come possiamo pensare che un simile apparato, ripetutamente traumatizzato (a volte per decenni, a volte per secoli), possa riuscire a consolidare adeguatamente i pendii? Migliorare boschi già esistenti è un’esigenza prioritaria anche rispetto alla necessità di realizzare nuovi rimboschimenti, quantomeno nell’Italia settentrionale e centrale: la famosa “Legge Rutelli” (“Un albero per ogni bambino che nasce”) andrebbe assai meglio specificata e adattata a realtà locali.

Dobbiamo impegnarci anche a dichiarare guerra a rovi, vitalbe, altre specie infestanti che, ricoprendo uniformemente il terreno pronte a sommergere, con i loro tralci nefasti, gli alberelli che abbiano la ventura di svilupparsi tra le loro spire, impediscono di fatto per tempi lunghissimi il recupero della vegetazione arborea. È chiaro che con i livelli per i quali l’Italia detiene i primati europei in un’ora, 3, 6, 12 e 24 ore, non c’è bosco che tenga. Questo dato di fatto, tuttavia, non ci deve esentare dal tentare di ottenere la massima efficienza del manto arboreo, ovviamente non una totale efficacia, impossibile a realizzarsi.
Un appello particolare a uomini politici, dirigenti di Enti pubblici e ingegneri: torniamo a costruire ponti ad arco, come nell’ “oscuro” Medio Evo: oggi si fanno stolidamente rettilinei, per poter impiegare il cemento precompresso (sul momento si spende meno ma quando si imparerà ad elaborare bilanci esaustivi costi/benefìci? L’unità di misura dei costi di un’alluvione è il milione di euro, per non parlare di dolorose perdite di vite umane …).

Un obbligo fondamentale è quello di potenziare la sorveglianza sui nostri monti: gli incendiari dolosi restano impuniti ed ogni incendio è un’alluvione in embrione. Ci siamo specializzati a combattere il fuoco una volta appiccato, ma la prevenzione latita. Quando il servizio di leva era obbligatorio, chi scrive propose di consentire ai giovani di svolgere il servizio militare nei ranghi del Corpo Forestale, per avere a disposizione una manovalanza che pattugliasse il territorio nei periodi di massima pericolosità: si sentì rispondere (da Roma) che i giovani devono difendere le sacre e inviolabili frontiere della Patria; intervistato poi dal TG 3 nazionale mentre Genova era per l’ennesima volta alluvionata, si tolse la magra soddisfazione di commentare sarcasticamente: “Quando questi monti riprenderanno a bruciare, quando la mia città finirà di nuovo sott’acqua, io mi consolerò pensando che le frontiere sono adeguatamente tutelate”. 

Last but non least, a livello di studi vanno privilegiate le indagini multidisciplinari, condotte con il contributo determinante di esperti che abbiano una conoscenza diretta del territorio. Emblematico l’esempio della Regione Liguria: si voleva conoscere la portata massima del torrente Bisagno, responsabile di numerose alluvioni nel centro di Genova. L’incarico venne dato a professori universitari di ingegneria idraulica. Milioni di dati vennero introdotti in un megacervellone elettronico. Gli “esperti” ignoravano che qualche millennio fa, in una valle tributaria di quella del Bisagno (val Geirato), tonnellate di roccia (circa 25 milioni) erano crollate, sbarrando la valle, poi colmata dagli apporti del torrentello. Quando piove tanto si forma un lago estemporaneo che, in occasione delle alluvioni del 1951 e del 1970, scese a valle con un “effetto Vaiont”: in pochi minuti circa un milione e mezzo di tonnellate d’acqua arrivò al mare. Il dato consegnato alla Regione Liguria risultò impreciso, incompleto, sbagliato, con buona pace degli “esperti” e dell’incolpevole cervellone universitario. Commento finale: “Viva i gruppi di studio multidisciplinari e, per favore, che non si riponga una fiducia cieca e assoluta nel ‘dio computer’, utilissimo ‘scemo veloce’ e nulla più!”.
 
 

Dalla tutela dei boschi con una gestione oculata, alla costruzione di ponti adeguati, fino a studi multidisciplinari. Sono tutti fattori che possono aiutare nella gestione delle forti piogge.

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